Ragazza rasata dai genitori, Bosco (LN): “Bene la condanna ma bisogna scongiurare un rimpatrio forzato della minore”

Sono stupito dall’assoluzione del padre attendo di poter leggere le motivazioni della sentenza prima di commentarle. La famiglia chiede il ritorno a casa della minore ma, nel caso in cui il tribunale dei minori accolga la richiesta dei genitori, che garanzie abbiamo che la ragazza non venga rispedita in patria per un matrimonio combinato? Il Comune ha fatto bene a costituirsi parte civile ma è molto più importante vigilare sul futuro della giovane: il rischio di un matrimonio combinato nel paese d’origine dei genitori non va sottovalutato.

Parata islamista in città, Bosco (LN): “Violenti? No. Integrati? Neanche”

Ieri nel quartiere San Donato si è tenuta una manifestazione molto partecipata. I video della parata hanno invaso i social network dove molti cittadini hanno manifestato non poche preoccupazioni. Oggi finalmente abbiamo scoperto di chi si tratta e che la manifestazione era regolarmente autorizzata.
I manifestanti sono gli aderenti ad un particolare setta fondamentalista islamica , una setta che promuove la diffusione religiosa e politica dell’islam rifiutando però qualsiasi comportamento violento, una caratteristica più unica che rara tra i movimenti islamisti.
Una manifestazione prevista da tempo e autorizzata, ordinata dove non si sono riscontrati incidenti. Tutto bene quindi? Tecnicamente sì, praticamente nì. Nel senso che dovremmo riflettere molto seriamente su quanto sia integrato e su quanto sia integrabile chi organizza una manifestazione di tale portata senza neanche preoccuparsi di pubblicizzarla sul territorio. Infatti nessuno della stampa e della politica bolognese sapeva nulla di questo evento. L’unico volantino che si trova in rete è scritto in arabo. Se questo è l’approccio di chi vorrebbe convertirci con le buone, figuriamoci l’approccio di quelli (e sono tanti) che vedono gli occidentali come dei cani infedeli, come dei kufir. Come ho detto in diverse occasioni, mentre la politica si concentra sui nostalgici del ventennio, nel territorio si diffondono idee molto più pericolose. Le organizzazioni che queste idee le diffondono siamo attrezzati per neutralizzarle solo se organizzano un attentato, ma siamo pressoché impotenti nei confronti di chi il terrorismo si “limita” a inneggiarlo. Magari non è il caso della manifestazione di ieri ma non è irragionevole aspettarsi che sia quello di domani.

Concerto Radio Bruno, Bosco (LN): bene il nuovo sistema d’accesso alla piazza ma lunghe file e fioriere così collocate sono pericolose

Numero chiuso e accessi controllati a Piazza Maggiore rappresentano un’ottima soluzione, utile a scongiurare il ripetersi di drammatici episodi come quello di Piazza San Carlo a Torino ma le file quasi chilometriche che si sono formate in via Indipendenza, unite alla presenza di fioriere anticamion assolutamente inadeguate a fermare qualsiasi mezzo (suv, furgone, tir), restano una combinazione molto pericolosa.
Come ho evidenziato in diverse occasioni, se le barriere non sono presidiate e senza la presenza di dispositivi capaci di bloccare un automezzo, le lunghe file su via Indipendenza diventano un bersaglio tra i più facili e quindi sensibili. E’ assurdo che la città riesca a istallare fittoni automatici per regolare l’accesso a ZTL e parcheggi ma non riesca a farlo per scongiurare attentati.

Fioriere anticamion, Bosco (LN) replica all’Ass. Malagoli: “Fioriere meglio di Jersey ma inadeguate a prevenire attacchi.”

“Sulle fioriere, ho già avuto occasione di confrontarmi con l’Assessore Malagoli durante l’ultima seduta di question time di luglio. La risposta fornita in quella occasione e ribadita in un recente comunicato non mi rassicura affatto. Le fioriere rappresentano una soluzione senza dubbio più economica e, al tempo stesso, più gradevole da vedere ma, esattamente come i jersey collocati in precedenza, se privi di un presidio fisso e di dispositivi capaci di bloccate un’auto, un furgone o un camion, sono pressoché inutili a prevenire un attentato sul modello di quelli organizzati a Nizza, Berlino e Barcellona.
Per come sono collocate le barriere, esse sono solo in grado di impedire l’accesso in velocità ad un mezzo. Tuttavia, avuta l’accortezza di superare le barriere a velocità moderata, eventuali attentatori avrebbero tutto il tempo e lo spazio per guadagnare velocità e compiere una strage. Per scongiurare questo tipo di attentati, le barriere devono essere presidiate da personale opportunamente formato che, oltre a dare l’allarme, sia in grado di attivare dispositivi utili a bloccare il mezzo come, ad esempio, i forapneumatici, strumenti in dotazione a diverse forze di polizia negli Stati Uniti e disponibili in diverse versioni facilmente trasportabili e attivabili a distanza.”

Umberto Bosco
Consigliere Comune di Bologna

Terrorismo, Bosco (Lega Nord) “Da Comune di Bologna approccio bipolare.”

 

Non è la prima volta che emerge come attentatori islamisti siano transitati per la nostra città ma se è vero che l’Italia se la passa meglio di altri paesi è altrettanto vero che siamo tutt’altro che immuni dalla deriva islamista.

In fenomeno islamista è globale e certe contromisure necessitano di una regia nazionale e internazionale ma anche gli enti locali possono giocare un ruolo decisivo nella prevenzione. Al Comune di Bologna non manca certo l’attenzione al tema, lo testimoniano le barriere anticamion periodicamente posate agli ingressi dei Tdays e lo testimonia la recente adesione al LIAISE 2, il progetto Europeo per il contrasto al radicalismo violento. Al Comune di Bologna manca però lungimiranza e visione di insieme, lo si deduce dall’ostinazione nel voler ignorare la presenza di luoghi di culto mascherati da associazioni e dalla manifesta intenzione di concedere spazi comunali alle comunità islamiche.

Anche chi si radicalizza unicamente attraverso il web, ha frequentato più o meno regolarmente luoghi di aggregazione islamica (moschee e sale di preghiera e carceri). Queste strutture, in Italia, come nel resto d’Europa, anche quando non sono corresponsabili della radicalizzazione, si sono dimostrate pressoché incapaci di disinnescare i processi che la generano.

Il miglior antidoto alla radicalizzazione è senza dubbio l’integrazione ma questa avviene principalmente mettendo i fedeli islamici nella condizione di dover interagire con il resto della comunità locale e di farsi contaminare dai suoi valori. Se invece le istituzioni locali, come fa il Comune di Bologna, perseverano nel tollerare e sponsorizzare l’aggregazione dei fedeli islamici, le probabilità che da questi assembramenti nascano terroristi non possono che aumentare.

La miopia dell’Amministrazione bolognese è figlia delle logiche elettorali del PD che vede nelle comunità islamiche un bacino elettorale allettante ed è proprio perché interessato unicamente ai numeri che a Milano il Partito Democratico ha spinto la candidata in consiglio comunale più tradizionalista e ortodossa, Sumaya Abdel Qader anziché un’esponente islamica laica e riformista come Ismail Maryan.

Islam, dichiarazioni vescovo Negri, Bosco (Lega Nord): “contributo musulmani non violenti a lotta al terrorismo è pari a zero”.

“Scagionare l’Islam dalla violenza generata dal jihadismo appellandosi al fatto che la maggior parte delle vittime siano musulmani è quanto di più falso e semplicistico si possa partorire. Idem per l’affermazione sul fatto che solo una piccola minoranza ha comportamenti violenti. Fin tanto che i musulmani che sinceramente si dissociano dai terroristi e dalla violenza non saranno disposti ad ammettere i problemi insiti nell’ideologia religiosa che li accomuna con essi, cioè quella che emerge dal Corano e dalla biografia di Maometto, il loro contributo nella lotta al terrorismo sarà nullo, se non addirittura controproducente. Avanzare critiche all’islam e al suo Profeta è il modo più efficace per innescare una reazione violenta. Piaccia o no, questa è la realtà dei fatti.”
Questa la replica di Umberto Bosco, consigliere comunale della Lega Nord, alle dichiarazioni della CIB.”

Costituente islamica a Bologna, Bosco (LN): nata per unire, è l’ennesima spaccatura nell’Islam italiano

Oggi, presso il Centro Zonarelli, ho partecipato alla seconda riunione territoriale della Costituente islamica. Nata da una spaccatura all’interno dell’UCOII e a cui hanno aderito in qualità di promotori Hamza Roberto Piccardo (fondatore della stessa UCOII) e il figlio Davide. La prima cosa che è saltata agli occhi è l’importante assenza tanto delle istituzioni comunali (nessun assessore e consigliere si è presentato) quanto di esponenti della Comunità Islamica Bolognese (CIB). Assenza, quella del CIB di cui ho chiesto chiarimenti a Piccardo, il quale ha replicato che 2 delle associazioni facenti parte del CIB erano presenti in sala.
È però lecito pensare che la loro presenza in sala non rappresentasse una vicinanza o comunanza d’intenti tra neoformata Costituente e il coordinamento presieduto da Yassine Lafram, semmai rappresenta proprio una spaccatura all’interno di quest’ultima. Insomma, il conflitto tra le varie realtà islamiche italiane, tutte rigorosamente autoreferenziali, da oggi può contare su un attore in più. La rivalità tra Costituente islamica, l’UCOII e le realtà locali ad esso affiliate (ufficialmente o meno) inoltre spiegherebbe anche le insolite assenze istituzionali di esponenti del PD, che difficilmente disertano simili iniziative.
A Piccardo riconosco onestà intellettuale, dopo la delusione dell’UCOII, ha fondato un’altra organizzazione con scopi chiari e precisi: instaurare una democrazia rappresentativa all’interno della Costituente, diventare l’Ente rappresentativo dell’Islam italiano nella sua interezza siglando l’intesa con lo Stato Italiano, beneficiandone in termini di edificazione di luoghi di culto e 8 per mille. L’idea di dare rappresentanza democratica all’interno dell’Islam italiano però è destinata a fallire perché la storia ci insegna che il matrimonio tra Islam e Democrazia non dura per molto. Prima o poi la Democrazia farà qualcosa che l’Islam non gradisce e questi la rinnegherà, un po’ come avviene per i matrimoni celebrati con rito islamico dove il marito può rinnegare una moglie disobbediente.
Prima di presenziare all’incontro temevo che la nuova formazione potesse riuscire dove le altre hanno fallito, ma ora che alcune dinamiche interne mi sono chiare e a giudicare dalla scarsa risposta dei musulmani bolognesi, mi sbagliavo. Anche se è nata per unire i musulmani, la Costituente finora è riuscita solo ad allargare le spaccature già esistenti creandone al contempo di nuove.

Umberto Bosco
Consigliere Comune di Bologna

Velo libera scelta?

Velo libera scelta?

Il mio intervento in aula sul velo islamico

Pubblicato da Umberto Bosco su Martedì 4 aprile 2017

La notizia è circolata con una certa insistenza nelle varie testate giornalistiche ed è stata ampiamente commentata da esperti ed esponenti politici di caratura locale e nazionale. I contorni e la veridicità del racconto sono ancora oggetto delle necessarie verifiche quindi eviterò di addentrarmi e di commentare la vicenda nello specifico.

Però episodi come questo, una volta depositato il polverone mediatico, necessitano un’attenta riflessione nonostante la tematica sia tra le più polarizzanti.

Dobbiamo prendere atto della realtà e ragionare insieme su quali soluzioni adottare per la nostra società.

Dobbiamo prendere atto che ci sono persone che scelgono di vivere qui nonostante provino un forte disprezzo per i valori di questa società.

Dobbiamo prendere atto che la presenza di queste persone non è equamente ripartita tra i vari gruppi etnici, ci sono culture di provenienza più simili o più conciliabili rispetto ad altre.

Dobbiamo prendere atto che alcune persone hanno il terrore di veder crescere i loro figli in seno ai valori di questa società, terrore che sovente si traduce in violenza e talvolta sfocia in omicidio.

Dobbiamo prendere atto di quanto sia limitato l’attuale margine d’azione delle istituzioni, provate a immaginare a quante ragazze, cresciute qua, ai primi segni di occidentalizzazione siano state spedite in bangladesh o in pakistan per essere riportate sui rispettivi binari culturali e magari costrette a un matrimonio combinato.

Dobbiamo prendere atto che per ogni Fatima che si ribella e finisce sul giornale ci sono migliaia di ragazze che si piegano alle imposizioni familiari e culturali.

Dobbiamo prendere atto che la violenza non è solo fisica, certe culture sono talmente intolleranti, talmente tradizionaliste, talmente chiuse che chi osa lasciarsi inquinare dalla cultura locale rischia seriamente di essere stigmatizzato ed emarginato dalla stessa famiglia e dalla stessa comunità nella quale è cresciuta.

Dobbiamo prendere atto che in questi casi le istituzioni sono pressoché impotenti.

Dobbiamo prendere atto che questi fattori rappresentano un forte deterrente all’integrazione.

e Dobbiamo prendere atto che la mancata integrazione, che avvenga per scelta deliberata o costrizione, rappresenta un fallimento per questa società perché chi non si integra è condannato a vivere in un’altra società; una società parallela che più passa il tempo più diventa chiusa, più diventa intollerante.

Dobbiamo ammettere, e rompo il ghiaccio facendolo per primo, che l’imperialismo culturale e l’etnocentrismo ci impediscono di capire e di governare la società di domani ma dobbiamo anche ammettere, e qua l’appello attraversa la sala, che anche il relativismo culturale è un ostacolo.

Aspettarsi che diverse culture, portatrici di valori tra loro antitetici, possano condividere pacificamente negli stessi spazi sociali è un’idea, per quanto romantica, irrealizzabile. Talvolta l’incontro tra culture è proficuo, altre volte conflittuale, talvolta produce progresso, altre volte involuzione. Saper distinguere, prevedere e governare questi diversi scenari è una delle sfide cruciali per il futuro.

Indossare il velo può essere una libera scelta.

Sono stato fidanzato per anni con una ragazza che il velo lo ha messo per scelta, nonostante i genitori, musulmani, glielo sconsigliassero.

Ma il fatto che una scelta possa essere libera, non significa che generalmente lo sia.

E’ davvero libera una scelta se il rifiuto della stessa conduce alla stigmatizzazione? All’emarginazione sociale?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo in un contesto dove l’ortodossia viene esaltata e l’anticonformismo demonizzato?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se i casi di imposizione spuntano regolarmente?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se fin da piccole si viene abituate a indossarlo?

Se imam e genitori ti dicono per essere una vera musulmana, lo devi indossare?

I racconti di molte, troppe ragazze, che da queste imposizioni, religiose o culturali che siano, si affrancano suggerirebbero di no.

Per questo mi piange il cuore quando sento paragonare il divieto di indossare il velo, all’obbligo di indossarlo.

Primo perché in molti stati a maggioranza islamica, il velo, quello integrale, è vietato.

Secondo perché i più fortunati e riusciti tentativi di modernizzazione e secolarizzazione avvenuti in contesti a maggioranza islamica sono passati anche dal divieto di indossare qualsiasi tipo di velo.

La cultura e il progresso, talvolta, vanno imposti. Altrimenti tanto vale mettere in discussione anche la scuola dell’obbligo.

Per queste ragioni presento un’odg. Non chiedo la trattazione immediata. Si tratta di un testo già molto conciliante, aperto ad eventuali modifiche. Che condividiate o meno queste mie riflessioni vi invito a leggerlo con attenzione perché è il genuino tentativo di avviare un confronto costruttivo su un tema molto molto spinoso.

Grazie

Velo islamico, Bosco (LN): “chi ancora parla di libera scelta, il velo lo ha sugli occhi”

Anche se particolarmente timida e più restia di altre a sgomitare o alzare la voce per rivendicare spazi e diritti, quella bengalese resta una comunità molto chiusa, tradizionalista e intollerante. Chi frequenta esponenti di altre comunità o, peggio, adotta stili di vita occidentali viene stigmatizzato ed emarginato. Un atteggiamento culturale che da sempre caratterizza alcune comunità ma di cui ci accorgiamo solo al verificarsi di episodi eclatanti, spesso di cronaca nera. Mi auguro che questo episodio faccia risvegliare le coscienze di chi si ostina che a sognare di poter integrare chi disprezza i valori fondamentali della nostra società.
Che i sedicenti rappresentanti delle comunità islamiche si arrampichino sugli specchi per spacciare quella sul velo come una libera scelta è, tutto sommato, comprensibile e coerente con l’agenda politica di chi vuole sdoganare la cultura islamica come compatibile con i valori occidentali. Che una lunga schiera di politici e intellettuali prenda questa lettura come plausibile è però meno comprensibile e ben più preoccupante. Il velo nasce come strumento di “modestia sessuale”, una funzione che è rimasta pressoché invariata nei secoli a fronte dell’immutata criminalizzazione della fornicazione e della diffusa idea che le femmine necessitino sempre di un guardiano (padre, fratello o marito). Indossare il velo, è vero, può essere oggetto di una libera scelta ma molto di rado lo è davvero. Il condizionamento che molti giovani subiscono da parte della famiglia e della comunità etnica di riferimento è un elemento troppo spesso sottovalutato e ancora più spesso tollerato dalle istituzioni, più attente a restare dentro i canoni relativisti del politicamente corretto rispetto ad affrontare e risolvere un problema dilagante. Per ogni ragazza come Fatima, che si ribella alle imposizioni familiari, ce ne sono migliaia che cedono alle pressioni, che si adeguano. Sul piatto non ci sono solo le violenze fisiche che, con i dovuti limiti, le istituzioni sono in grado di affrontare, punendo i responsabili e allontanando le vittime. Un importante deterrente è rappresentato anche dalla minaccia di emarginazione sociale. Chi sceglie stili di vita difformi dal “gregge” viene allontanata perdendo amici e parenti, così molte ragazze “scelgono” di chinare e di coprire il capo. Presto o tardi se ne faranno una ragione fino al convincersi che sia meglio così, magari spingendosi ad accettare un matrimonio combinato, condannando a sua volta le sue figlie a vivere il medesimo copione.
Per queste ragioni mi auguro che i servizi sociali consentano a Fatima di rifarsi una vita lontano da una famiglia e da un comunità capaci solo di soffocare la sua personalità comprimendo la sua libertà.

Umberto Bosco
Consigliere Lega Nord
Comune di Bologna

Se criticare l’Islam diventasse illegale

Nei paesi anglofoni la chiamano “Jihad by court”, cioè la guerra santa per via legali. È la pratica attraverso la quale con azioni legali o la minaccia di esse si cerca di limitare il criticismo nei confronti dell’Islam, di Maometto e dei musulmani in genere. In alcuni paesi è già una realtà, nel Regno Unito, ad esempio, un candidato alle elezioni europee è stato arrestato per aver letto in pubblico alcune citazioni di Wiston Churchill su Maometto e sull’Islam (guarda il video).
In Italia non si è (per ora) al corrente di sentenze che condannano qualcuno per aver criticato un’ideologia, una religione o un personaggio storico ma la legge Mancino concede alle toghe un’enorme e pericolosissima discrezionalità. La legge 25 giugno 1993, n. 205 introduce severe punizioni per la discriminazione, l’odio e la violenza perpetrati per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Si noti che la legge non menziona i motivi politici, per cui discriminare le idee politiche di qualcuno è lecito ma se le stesse identiche idee si barricano dietro il paravento un’ideologia religiosa, la stessa discriminazione può rappresentare un reato penale. In merito alla violenza nulla da eccepire salvo che le leggi che puniscono i violenti già esistono e con leggi come la Mancino si creano vittime di serie A e di serie B. Tirare un ceffone ad una donna per ragioni sessiste o ad un gay per ragioni omofobe, per esempio, oggi è meno grave di tirare un ceffone ad un ragazzo di colore per motivi razziali o a un musulmano/ebreo/cristiano per ragioni religiose. La legge crea quindi un sottostrato dove potrebbe facilmente attecchire anche il reato di “islamofobia”, termine del quale sempre più esponenti politici ed istituzionali si riempiono la bocca.
Il capitolo islamofobia merita un approfondimento. Per cominciare è necessario precisare che praticamente ogni paese a maggioranza islamica ha legiferato in materia di “sensibilità religiosa” introducento pene anche molto severe per chi osa criticare Allah, l’Islam e Maometto. Quando esponenti della sinistra europea chiedono l’introduzione del reato di islamofobia, probabilmente la intendono come una forma di tutela per una minoranza ma è ragionevole pensare che quando le organizzazioni islamiche avanzano simili pretese, abbiano in mente la severa intransigenza che caratterizza i paesi islamici. Come avviene per molti neologismi, anche il significato di “islamofobia” è molto suscettibile a variazioni. Per qualcuno “islamofobia” va intesa come la promozione dell’odio e l’incitamento alla violenza nei confronti dei musulmani, per altri vi rientra ogni tipo di attacco (anche intellettuale o satirico) alle idee che l’Islam racchiude in se. Visti il grande senso comunitaristico che caratterizza la ummah (la comunità globale dei credenti) e la spietata venerazione per la figura di Maometto, ogni critica ad esso e alla religione che ha fondato, è comunemente considerata quale insulto collettivo che legittima, almeno a parole, una ritorsione anche violenta, nel solco, appunto degli insegnamenti del profeta.
Nei primi anni del nuovo millenio era molto attiva la Lega Islamica Antidiffamazione che era solita mandare valanghe di diffide e rilasciare comunicati e censure su comportamenti “lesivi” della sensibilità dei musulmani. Stando a quanto google indicizza, l’organizzazione, almeno in Italia non è più molto attiva. Molto attivo sul fronte islamofobia è da tempo Luca Bauccio, già avvocato della famiglia di Abu Omar nonché dell’UCOII. Bauccio si è occupato di diverse cause, alcune delle quali intentate nei confronti di Magdi Allam e di Suad Sbai.
A intentare una delle azioni legali più impavide è stato l’anno scorso Adnani Kadmiri, socio fondatore del Tavolo Interreligioso di Cremona, presidente dell’associazione La Fratellanza Soresinese e segretario generale dell’associazione Assalam che ha deciso di querelare, in qualità di suo diretto discendente (non è ben chiaro come la cosa possa essere dimostrata), Magdi Allam per aver definito Maometto come un lurido assassino sanguinario. Le chance che un caso del genere si traduca in una effettiva condanna non sono molte ma se un giudice distratto o molto politicizzato dovesse esprimersi a favore del querelante si creerebbe un precedente molto pericoloso che rischierebbe di compromettere la piena applicazione dei diritti costituzionali in materia di libertà di espressione. Resta che una tempesta di querele basate sul nulla ma ben redatte può ridurre sul lastrico e quindi al silenzio il più attento e corretto dei commentatori e a molte organizzazioni islamiche non mancano certo le risorse.
Escludendo i musulmani dall’equazione, sui piani ideologico, politico e propagandistico norme come la legge Mancino fanno leva sulla spiccata propensione delle democrazie occidentali a tutelare le minoranze e a stigmatizzare ogni forma di razzismo e discriminazione. Una tendenza assolutamente condivisibile ma negli ultimi anni ha subito una pericolosa degenerazione che, in parte, ne ha stravolto i principi cardine. Si è arrivati in molto casi a estendere la protezione e la tutela delle minoranze alle idee e alle sensibilità che dette minoranze detengono o rivendicano, stigmatizzando altresì chi esprime giudizi negativi, critica o sbeffeggia tali idee. Il modello pluralista, vanto delle moderne democrazie occidentali e che prevede lo scontro/confronto di idee al fine di far emergere quelle migliori, viene scalzato dal modello multiculturalista e relativista dove ogni gruppo può rivendicare, in forza della propria appartenenza etnica e/o religiosa, la propria rispettiva insindacabile verità, diventando, al tempo stesso, impermeabile a qualsiasi sollecitazione o critica provenienti dall’esterno del gruppo.
Sarebbe auspicabile che gli intellettuali occidentali utilizzassero quel poco di influenza culturale e politica che ancora rimane loro per rimarcare che, le persone sono detentrici di diritti, non le idee. E se per qualcuno è inaccettabile veder le proprie convinzioni e certezze attaccate o derise, beh, questo qualcuno non è adatto a vivere in una democrazia e dovrebbe migrare verso altri lidi.

Karl Popper ci aveva avvertito:

La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.

La sinistra europea e i liberal americani applicano alla lettera questa massima quando si tratta di attaccare gli oppositori politici che vengono spesso criminalizzati e delegittimati come interlocutori. Allo stesso tempo, forse accecati dalla romantica idea del melting pot e dal senso di colpa postcoloniale, sono completamente passivi, per non dire correi, nei confronti degli intolleranti d’importazione.
Se fossero furbi e razionali, i liberal userebbero quella che loro considerano essere l’intolleranza autoctona contro quella forestiera, a vantaggio della tolleranza in generale ma, a giudicare dall’epilogo delle ultime elezioni americane, possiamo escludere categoricamente l’ipotesi.