Se le idee del mio nemico sono uguali alle mie, devo cambiare le mie idee

Qualcosa mi dice che il vandalismo sui manifesti referendari della Lega Nord non è opera dei sostenitori del No al referendum sulle trivelle.
Qualcuno è talmente “contro” da non poter tollerare che persone che disprezza possano condividere alcune sue idee o posizioni. Forse non lo tollera perché si vedrebbe costretto a umanizzare il nemico. Per la stessa ragione, quando raccogliemmo le firme per i referendum abrogativi su Fornero, Merlin, Mancino e Prefetture, ai banchetti della Lega Nord, le zecche non si avvicinavano per firmare, bensì per insultarci. Non sarei sorpreso di scoprire che all’ultimo Referendum qualcuno ha votato No solo perché la Lega sosteneva il Sì.

L’analogia del marito che si evira per fare dispetto alla moglie vi sembra azzeccata?

Voi che dite?

Umberto Bosco
Candidato Consigliere Comunale
Lega Nord a Bologna

In Svizzera niente cittadinanza a chi non si adegua alle convenzioni sociali

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Sta facendo molto discutere la sospensione dell’iter che avrebbe portato alla naturalizzazione svizzera di due ragazzi musulmani, figli di un rifugiato politico siriano di vecchia data. Stando a quanto riportato dal Corriere.it, i due giovani si sarebbero rifiutati (per ortodossia religiosa) di stringere la mano alle loro insegnanti a fine lezione, storica consuetudine nella federazione elvetica. Il comportamento avrebbe sollevato alcuni dubbi sulla loro effettiva integrazione, condizione imprescindibile ai fini dell’ottenimento della cittadinanza elvetica.

— Il problema

Il caso è stato senza dubbio ingigantito dai media ma è emblematico di un problema molto diffuso in tutta Europa: immigrati che chiedono o addirittura pretendono, dalla nazione che li ospita, il riconoscimento di diritti e di cittadinanza nonostante non abbiano alcuna intenzione di integrarsi e, talvolta, in presenza di manifesto disprezzo, ostilità e riluttanza per la cultura del paese nel quale hanno scelto di vivere o sono nati.

Sbaglia chi pensa che le migrazioni avvengano principalmente per ragioni politiche, la maggioranza degli esodi (anche quelli che fanno fulcro sul diritto d’asilo) avviene per ragioni prettamente economiche e assistenziali. Se la nazione in questione, in un delirio relativista e xenofilo che sembra affliggere molti non predispone gli strumenti necessari ad integrare queste persone, tempo una generazione, la frittata multiculturale è fatta. Il multiculturalismo (modello britannico) consente ai nuovi arrivati di conservare tradizioni e usanze spesso retrograde potendo, al tempo stesso, accedere a istruzione, welfare, servizi evoluti e molti diritti che in patria gli sarebbero preclusi. Il problema è che invece di cittadini, in questo modo si formano anticittadini: individui e gruppi privi di un’identità nazionale ma dotati di una forte identità etnica e/o religiosa in contrasto tanto con l’identità locale quanto con le altre identità di importazione.

— Possibili soluzioni

Il divieto francese a indossare in pubblico il velo integrale ha fatto scuola e giurisprudenza. In vigore dal 2011, è stato oggetto di un ricorso alla Corte Europea per i diritti umani che però lo ha rigettato, considerando legittima l’intromissione da parte dello Stato, nella vita privata e nella religione dei cittadini per “proteggere le condizioni della vita associata”. In sostanza le nazioni possono definire le regole basilari per una proficua e pacifica convivenza e interazione tra i cittadini.

— Errori comuni

Le altre nazioni europee dovrebbero prendere al balzo questa possibilità e approvare leggi che subordinino ingressi e cittadinanza all’effettiva accettazione (e non solo formale) di valori “non negoziabili”. Quelli, grosso modo, contenuti nelle Costituzioni. La tendenza sembra invece quella inversa: cioè adeguare la legislazione alle sensibilità e pretese dei nuovi arrivati.

— Conclusioni

Spesso sento dire che le diversità sono un valore e vanno rispettate. Beh, dipende! Uno dei modi migliori di rispettare le differenze consiste, però, nel saperle riconoscere e nel sapere prevedere o almeno capire quando queste possono generare incompatibilità e generare conflitti.

Se i principi insiti in alcune culture, ideologie, filosofie e religioni sono inconciliabili con quelli consolidati in Europa, lasciare entrare i portatori di queste idee e permettere loro di diffonderle liberamente rappresenta un suicidio culturale i cui epiloghi saranno drammatici.

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Umberto Bosco

Militante Lega Nord Bologna

“Noleggia un clandestino” dall’ironica finzione alla triste realtà bolognese

Nel novembre 2014 ha fatto molto scalpore il mio video satirico “Noleggia un clandestino” nel quale mi improvvisavo televenditore che cercava di “rifilare agli italiani” un sedicente profugo da tenere in casa con la promessa di un contributo statale di 900€ al mese.
In molti hanno intenzionalmente evitato di cogliere l’ironia, altri si sono limitati a stigmatizzare la satira sul dramma dei barconi, altri ancora semplicemente non tollerarono che un leghista potesse fare satira.
Sui quotidiani di oggi leggo che la finzione è diventata realtà, il Comune di Bologna, mediante appositi fondi ministeriali collocherà diversi profughi (quasi tutti maschi e maggiorenni) nelle abitazioni dei privati cittadini che saranno “indennizzati” da un contributo mensile di circa 300-350€, una bella differenza tra i 900 euro ventilati a suo tempo dal Ministro Alfano. Dato che i fondi provengono dallo Sprar (ministero dell’Interno) ma il progetto è gestito, guarda caso, da una cooperativa, sarebbe utile sapere quanto incassa quest’ultima, al netto del contributo erogato alle famiglie.
La maggior parte dei richiedenti sono giovani maschi che alla fine delle lunghe e dispendiose indagini, durante le quali sono ospitati a nostre spese, non ottiene lo status di rifugiato. Oltre al danno la beffa, questi scrocconi, una volta vistosi negato l’asilo politico, restano sul territorio nazionale o si spostano in altri stati europei, vivendo di espedienti e criminalità.
Un sistema di accoglienza indiscriminata come questo non può reggere a lungo, prima lo capiamo meglio è. Anche e soprattutto per quelle migliaia di sfortunate persone che ogni anno affogano nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le nostre coste, forse attirati dai racconti e dai selfie di chi soggiorna in albergo.
Umberto Bosco militante Lega Nord Bologna

Donne libere e donne schiave

Quella che vedete è una comparazione che spiega più di mille parole la dignità della donna occidentale (a sinistra) e della donna, falsamente libera, a destra.

A sinistra la Principessa di un piccolo Stato come la Danimarca, a sinistra la piccola ministra di un minuscolo Stato come l’Italia.

 

Ecco perché la Legge “anti-moschee” non è incostituzionale

Ha fatto molto discutere la Legge Regionale 2/2015, la cosiddetta Legge anti-moschee firmata Lega Nord (Romeo primo firmatario). Il “cosiddetta” è più che mai d’obbligo in quanto formalmente (e quando si tratta di legge la formalità è molto importante) di moschee e di Islam non si parla affatto.
La legge introduce modifiche alla normativa regionale in materia di attrezzature religiose, ma si tratta di regole che si applicano a tutti i culti, con solo alcuni comprensibili distinguo che non possono essere in alcun modo considerati incostituzionali per il semplice fatto che tali distinguono provengono proprio dal testo costituzionale, più precisamente il terzo comma dell’articolo 8 “I rapporti tra le confessioni religiose e lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze“.
Fatte salve le libertà di culto individuali sancite dall’articolo 19, secondo la Costituzione, le confessioni (intese come organizzazioni) che vogliono avere rapporti con le istituzioni della Repubblica, devono siglare con un’Intesa con lo Stato.
Questa regola permette, o quando meno dovrebbe permettere, allo Stato di sapere con chi sta trattando (interlocutore univoco) e impedisce a religioni i cui precetti sono in contrasto con l’ordinamento italiano, di essere legalmente riconosciute. Dall’altra parte consente alle confessioni religiose (sempre intese come organizzazioni) alcuni diritti e benefici, 8×1000 in primis.
Questa volta, ad essere d’obbligo è il condizionale, perché la Magistratura italiana, forse in preda a deliri relativisti, in più occasioni ha aggirato questo limite, consentendo rapporti formali e finanziari tra istituzioni religiose potenzialmente incompatibili con la Costituzione e le istituzioni pubbliche.
Ma questa è un’altra storia.
Al di là delle facili dietrologie e del can-can mediatico che hanno portato parte della sinistra lombarda (alcuni consiglieri d’opposizione veramente laici l’hanno votata) a bollarla come razzista e discriminatoria, la nuova norma si limita a regolamentare un aspetto che sta oggettivamente degenerando: il proliferare di luoghi di culto che luoghi di culto non dovrebbero essere in totale mancanza di rispetto delle regole.
Quando si tratta di luoghi di culto, ci sono aspetti urbanistici che non possono essere ignorati: capienza massima, parcheggi, uscite di sicurezza, traffico, ecc. Centinaia di musulmani che di venerdì bloccano viale Jenner sono la perfetta dimostrazione di come le attrezzature religiose debbano essere regolate e in merito al rispetto di questi requisiti, l’Islam non è esattamente il primo della classe.
La maggioranza delle cosiddette moschee o sale di preghiera sono sedi di Associazioni di promozione sociale i cui connotati religiosi, lo dice la legge nazionale, devono essere assolutamente marginali.
Ma siccome le sedi della APS sono esenti da qualsiasi vincolo di tipo urbanistico e molti comuni fingono di non vedere che si fa culto e non associazionismo, questi edifici, indipendentemente che si trovino nel centro storico o nella zona industriale, vengono sistematicamente trasformati in luoghi di culto. Oltre ai sotterfugi che le comunità islamiche escogitano per stendere i tappetini e prostrarsi in direzione de La Mecca, resta ancora in sospeso la domanda: ma l’Islam è compatibile con la Costituzione? Storia, cronaca e la mancanza di un’Intesa tra Islam e Stato, suggerirebbero di no.
Con l’approvazione della tanto contestata legge, la Lombardia, prima regione dello Stivale, ha finalmente messo un freno a questa anarchia e ribadito le regole di civile convivenza in un contesto di pluralità religiosa alla quale tutti devono adeguarsi. Se l’Islam italiano presenta delle carenze formali o organizzative tali da ostacolare il proliferare dei loro stessi minareti, non è certo colpa di Maroni, né di Romeo né della Lega Nord.
Evidentemente il Partito Democratico non la pensa così, tanto che il Governo, forse su indicazione del Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha impugnato la legittimità costituzionale della Legge lombarda. Quando qualche settimana fa, è uscita la notizia dell’accoglimento dell’istanza di incostituzionalità, potete immaginare il disappunto della maggioranza di Regione e la felicità di Pisapia e della sua Giunta, convinti di poter finalmente realizzare una o più moschee in città.
Peccato che oggi siano stati resi noti i dettagli e, colpo di scena, l’impianto normativo è perfettamente legittimo fatta eccezione per due aspetti assolutamente marginali e facilmente correggibili.
Questa volta si può dire che prega bene chi ride ultimo.

8×1000 alle moschee, D’Alema è ignorante su Islam e Costituzione

Ieri l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, intervistato su Radio Anch’io, ha lanciato l’idea di istituire l’8×1000 anche per i musulmani affinché possano avere risorse proprie e costruire moschee. Questo, secondo il politico, aiuterebbe la formazione di un’Islam europeo più moderato perché lontano dai fondamentalismi “d’importazione”.
Forse l’Onorevole è voluto entrare a gamba tesa agli onori della cronaca lasciandosi trainare da tematiche che in questi giorni ricevono particolari attenzioni: l’Islam in Europa e il terrorismo di matrice islamista. Il personaggio vanta un curriculum di tutto rispetto: è stato Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri, Europarlamentare e Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), oggi è Presidente della Foundation of European Progressive Studies e della Fondazione di cultura politica Italianieuropei. Paradossalmente, la reputazione del politico ne esce meno compromessa se maliziosamente si pensa ad una forma di sciacallaggio politico, perché se le proposte da lui avanzate fossero qualcosa più di una boutade, queste tradirebbero una pericolosa ignoranza da parte dell’ex deputato sia sull’Islam sia sulla Costituzione italiana.
Andiamo per gradi.

1. Solo chi ha siglato l’intesa con lo Stato può ricevere l’8×1000. Lo dice la Costituzione

Come D’Alema dovrebbe sapere, l’8 per mille viene riconosciuto a quelle confessioni religiose che hanno siglato un’intesa con lo Stato (art.8 della Costituzione), e tale intesa deve essere ratificata dal Parlamento. I testimoni di Geova, per esempio, hanno siglato l’Intesa con il Governo ma tale documento non è mai stato ratificato dal Parlamento e questo impedisce loro di spartirsi l’8 per mille.
Nell’obbiettivo di raggiungere questa Intesa e mettere le mani sul gruzzolo dell’8×1000, l’Islam è molto più indietro della Congregazione dei Testimoni di Geova. Sono anni che Governi e Organizzazioni islamiche si siedono ad un tavolo nel tentativo di trovare la quadra e siglare questa intesa ma vuoi per le rivalità interne all’islam italiano, vuoi per il fatto che trovare un interlocutore unico che parli a nome dell’Islam è un problema vecchio quanto l’Islam stesso, vuoi perché il sistema legale insito nella dottrina islamica cozza con l’ordinamento costituzionale italiano, questa intesa, salvo colpi di scena, non si può fare.

2. Non serve l’8×1000 per finanziare le moschee con soldi pubblici

Sponsorizzare la costruzione di moschee con soldi pubblici è una scelta senza dubbio discutibile ma tecnicamente è già possibile. Lo si può fare attraverso gli oneri di urbanizzazione secondaria di cui dispongono i comuni. Paradosso dei paradossi, grazie alla conveniente interpretazione di alcuni magistrati, si possono finanziare anche gli edifici dei culti che non hanno siglato l’intesa.

3. Il cosiddetto Islam europeo non è più moderato e tollerante di quello d’importazione

Le moschee finanziate e quindi controllate da Governi esteri (vedi la mosche saudita di Roma e quella qatariota di Ravenna) sono indubbiamente un problema ma non è assolutamente detto che il radicalismo sia necessariamente d’importazione. La Gran Bretagna che può contate migliaia di moschee “indipendenti” non è un paese che importa estremismo. Lo esporta. Parlo di decine di teologi musulmani nati e cresciuti oltremanica che viaggiano in giro per il mondo a diffondere il verbo di Maometto.
In un contesto ormai multiculturale come quello europeo, (e questo D’Alema dovrebbe saperlo) le differenze si polarizzano, ne consegue che un musulmano europeo (che vive in una società che non celebra particolarmente i valori dell’Islam) è più praticante e ortodosso e meno elastico e tollerante rispetto ad un musulmano nato, cresciuto e rimasto in Marocco. Siamo nel 2016, le idee (anche quelle pessime e pericolose) viaggiano liberamente ovunque.
Le ragioni alla base della violenza perpetrata in nome di Allah sono da ricercare nei testi sacri all’Islam e nella biografia di Maometto, un grande saggio ma anche un violento conquistatore che rappresenta un modello da imitare per più di un miliardo di musulmani.
In Italia le comunità islamiche, almeno per ora, sono poco organizzate e molto frammentate tra di loro. In Italia si contano poche, pochissime moschee rispetto agli altri stati europei. In Italia il radicalismo islamico è molto meno sviluppato e diffuso rispetto a molti altri stati europei. Anziché seguire le orme di chi è finito nel baratro del terrorismo islamico, sarebbe il caso di ragionare su cosa in Italia stia (forse accidentalmente) funzionando meglio rispetto al resto d’Europa.
Un’Islam riconosciuto, finanziato e istituzionalizzato rappresenta davvero un antidoto alla violenza? La cronaca suggerisce di no.

La strage di Bruxelles e i “vantaggi” del martirio

Vi siete mai chiesti per quale ragione i terroristi islamisti tendono con regolarità a non sopravvivere ai propri attentati? Spesso di tratta di attentati dove il “sacrificio” dell’attentatore è assolutamente superfluo. Una borsa abbandonata in stazione o in aeroporto è, in termini di vittime, altrettanto efficacie senza contare che una borsa è assai meno sospetta di un barbuto dalla pelle ambrata, visibilmente nervoso che strilla Allahuakbar (Allah è il più grande).

Anche quando non si tratta di attentati esplosivi (es. Bataclan) gli assassini maomettani sono disposti e intenzionati a lasciarci la pelle. Ho sempre trovato l’uso del termine “Kamikaze” estremamente forviante: i kamikaze giapponesi erano ben lieti di morire per l’impero; essi si buttavano in picchiata sulle navi statunitensi allo scopo di affondarle con il potenziale esplosivo di un solo aereo.

Alcuni di essi si facevano addirittura amputare le gambe per poter trasportare a bordo più esplosivo. Va precisato però che i martiri dell’impero giapponese erano soldati che uccidevano altri soldati, puntare civili al solo scopo di ucciderli non avrebbe avuto alcun senso sul piano bellico.

Il martirio in quel caso era il mezzo attraverso il quale, danneggiando se stessi, si danneggiava in misura maggiore il nemico. Se i giapponesi avessero escogitato una strategia bellica altrettanto efficace che non richiedesse il sacrificio di un pilota ben addestrato, sarebbero stati ben lieti di adottarlo. Anche perché un pilota ben addestrato è riutilizzabile in più attacchi.

Gli attentatori suicidi dei giorni nostri son ben altro. Si tratta di persone il cui obbiettivo finale è il paradiso islamico, ampiamente descritto con dovizia di particolari da Allah nel Corano e dagli hadith relativi ai detti di Maometto.
Considerate che, per la religione islamica, la sepoltura è una questione molto seria:
  • Al defunto sono chiusi gli occhi e bloccate le mascelle
  • È lavato da familiari o amici intimi con acqua e sapone
  • Si espellono i liquidi residui presenti nello stomaco.
  • La pulizia del corpo procede dalla testa verso la parte superiore destra, poi quella superiore sinistra, dopo il lato inferiore destro poi quello inferiore sinistro.
  • Il lavaggio si ripete un numero dispari di volte, l’ultima volta si aggiunge canfora o qualche profumo.
  • Il corpo è avvolto in un sudario bianco di stoffa semplice, fatto da tre lenzuoli per gli uomini e cinque per le donne.
  • un musulmano non può essere sepolto nel cimitero di non musulmani, né i non musulmani possono essere sepolti in un cimitero islamico
  • Il defunto è posizionato con delicatezza sottoterra su un fianco, con la testa orientata verso la Città Santa della Mecca;
  • la vedova del defunto deve osservare un lutto di 4 mesi e 10 giorni e durante i quali non le è consentito risposarsi, uscire da casa, indossare vestiti o gioielli decorativi.
Secondo la teologia islamica, il defunto “dormirà” fino al Giorno del Giudizio, nel quale, se il peso dei propri meriti sarà superiore a quello delle colpe, sarà ammesso al paradiso anziché all’infermo. Morire sulla via di Allah come martire risparmia al musulmano e ai suoi cari un sacco di grane, obblighi e incertezze sull’eternità. Il martire non necessita di essere lavato e va sepolto con gli indumenti che indossava al momento della morte. Questo per la semplice ragione che egli non dovrà aspettare il Giorno del Giudizio, andrà direttamente a spassarsela in Paradiso, condonato delle sue eventuali colpe. Le ragioni di questo trattamento di favore da parte di Allah nei confronti di chi muore nel servirlo è da ricercare nelle attitudini militari di Maometto, questi ha condotto decine di campagne militari in tutta la penisola arabica. Quale miglior incentivo per far imbracciare le armi ai musulmani se non una scorciatoia per il Paradiso. L’esenzione dagli obblighi di una degna sepoltura sono inoltre spiegabili dal risparmiare ai guerrieri la paura conseguente alla cattura e al vilipendio dei propri cadaveri da parte dei nemici.
Sul piano strategico, poter contare su miliziani votati alla morte è davvero utile. Se sopravvivono si sparticono il bottino, se muoiono anche meglio. I nemici dell’Islam si trovano invece impotenti non potendo esercitare alcun deterrente sui loro avversari. Ancora una volta il potere delle idee (in questo caso la jihad globale) riesce a sconfiggere qualsivoglia intelligence e tecnologia militare. Si parla spesso di guerre asimmetriche dove uno degli attori è meglio attrezzato dei suoi avversari, di solito si tratta di asimmetrie tecnologico-militari, ma in questo caso l’asimmetria è di tipo ideologico, un’ideologia votata alla morte vincerà sempre contro una votata alla vita, all’accoglienza e alla tolleranza.
Quando Salah, dopo gli attentati in Francia, anziché immolarsi, si è dato alla fuga, ha perso la popolarità di cui godeva tra i jihadisti e tra i numerosi musulmani non jihadisti che simpatizzano per la causa. Non è diventato impopolare perché è sopravvissuto, lo è diventato perché, evitando di morire, ha dimostrato di aver dubitato della parola di Allah e nessun buon musulmano può macchiarsi di una simile colpa.

Bologna, dove l’intolleranza è “antifascista”

Ormai lo sanno anche i sassi, l’8 di novembre Matteo Salvini sarà in Piazza Maggiore per una grande manifestazione di caratura nazionale. Basta dare un’occhiata alle grafiche sul sito liberiamoci.com per capire che non si tratta esattamente di un comizio leghista (che sarebbe comunque del tutto legittimo) bensì di un evento aperto a tutti, apartitico: sul palco non veleggeranno i simboli di alcun movimento politico.
L’intervento di Matteo Salvini chiuderà l’evento ma sul palco saliranno e parleranno tanti rappresentanti della società civile: pensionati, agricoltori, genitori, infermieri, autotrasportatori, commercianti, insegnanti, poliziotti e associazioni sportive.
Non esattamente una sfilata di politici, bensì di persone che per diverse ragioni non sono soddisfatte dell’operato del Governo Renzi. Esattamente come non lo sono le migliaia di “antagonisti” che invece di unirsi al coro preferiranno accanirsi contro Salvini.
Un odio, quello per la Lega che evidentemente trascende ogni comunità d’intenti, ogni buon senso, ogni strategia politica. Poco importa se le battaglie sono (accidentalmente) le stesse: se il nemico (la Lega) del tuo nemico (Renzi) ti piace ancora meno del tuo nemico (Renzi) non c’è santo (o partigiano) che tenga.
Se n’è avuta riprova quando la Lega Nord ha cercato di abrogare alcune delle leggi (Mancino e Fornero) e delle istituzioni (Prefetture) tanto odiate anche dalla stessa sinistra. Nessuno si è fatto avanti o ha dato una mano. Evidentemente, per la sinistra alimentare l’ostilità verso il nemico leghista è più importante di portare a casa i risultati, cioè una società più equa e giusta. Mai come in questa occasione i “compagni” hanno sabotato le proprie battaglie pur di delegittimare l’avversario politico.
Il parallelismo del marito che si castra per far dispetto alla moglie non potrebbe calzare meglio.
A coloro che ritengono che la presenza di Salvini sia sgradita e sconveniente per la città di Bologna vorrei ricordare un po’ di numeri. Dal 2011 in poi, Bologna è il capoluogo di Regione dove il Carroccio alle amministrative e alle regionali ha raccolto la maggior percentuale di consensi (10,72% e 14,51% alle ultime regionali). Nello stesso anno sono andate al voto anche Milano(9.64%, 6,01% alle ultime regionali), Torino(6.86% e 3,66% alle ultime regionali) e Trieste (6.26%, 3,67% alle ultime regionali).
Solo Venezia, chiamata alle urne un anno prima (in pieno boom leghista), superò il Capoluogo felsineo alle amministrative (11,16%) salvo poi scendere alle regionali (12,07%). Quindi se c’è una città dove la Lega dovrebbe sentirsi a casa, è proprio Bologna. Dettagli evidentemente irrilevanti per i sedicenti antifascisti bolognesi ma soprattutto non bolognesi. Sì, perché, è il caso di precisarlo, ad arrogarsi il diritto di decidere chi a Bologna è benvenuto e chi non lo è non sono giovani bolognesi con la esse marcata bensì giovani in città da un quarto d’ora. Non mi dilungherò nel ricordare i diritti costituzionalmente sanciti sia in materia di libera circolazione che di libertà d’espressione, in questo caso mi pare inutile.
L’antifascismo avrà anche contribuito a darci una Costituzione Liberale ma antifascista, ricordiamolo, non vuol dire mica pluralista e democratico, per molti di loro (soprattutto quelli nati una generazione o due dopo la scomparsa del fascismo) antifascismo significa odiare i fascisti, la definizione di fascista varia molto a seconda del soggetto e del momento. Persino le amministrazioni più rosse vengono, all’occorrenza, definite fasciste, figuriamoci quanto fascista possa apparire a questi disadattati, un Matteo Salvini, leader in pectore di un centrodestra redivivo, pronto a seppellire Berlusconi e ricompattarsi in modalità confederale.
Gli eventi organizzati contro Matteo da parte dei cosiddetti collettivi spaziano dal fastidioso ma pacifico bombing di tortellini su facebook fino all’insurrezione nelle strade che richiederà ingenti sforzi da parte delle Forze dell’Ordine passando da manifestazioni più o meno pacifiche e vandalismi. Ma ciò che dovrebbe preoccuparci non sono tanto le iniziative di questi giovani pierini dall’animo rivoluzionario e il padre bancario.
A destare preoccupazioni è la legittimazione proveniente da associazioni come l’ANPI che vuole proteggere il sacrato dei partigiani di Piazza Nettuno, come se ci fosse il tangibile rischio di vantalismi antipartigiani da parte di chi l’8 novembre sarà con Salvini. Il Sindaco Merola prima critica Salvini e la Lega per aver scelto Bologna poi si lascia andare in sparate a sostegno della libertà di espressione della Lega (che secondo lui è contraria a questa libertà) e della libertà di dissenso dei collettivi. Forse nel goffo tentativo di assicurarsi il loro voto a maggio.
Ad appesantire il dibattito, nel caso ce ne fosse bisogno, ci ha pensato la moglie del Sindaco di Casalecchio che raccomanda di farcire i tortellini destinati a Salvini (evidentemente non più virtuali) con la ghisa.
Non so voi come la pensate ma l’intera idea di una contromanifestazione, per quanto legittima, è concettualmente fallace. Sei libero, come chiunque, di manifestare la tua opinione (fermi i limiti della Legge Mancino) su un determinato argomento ma andare in piazza quando ci va chi su quell’argomento la vede diversamente non significare affermare l’idea che si ritiene migliore, ma semmai sabotare il diritto altrui, impedendo loro di esternare le proprie idee.
Che è grosso modo ciò che faceva il fascimo.
Diceva Bene Ennio Flaiano: “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.”