Residenti zona universitaria abbandonati dalle istituzioni, Bosco (LN): “Multe e processi non sono la soluzione, ecco perché”

Il video, diventato virale, del poliziotto che invita ad arrangiarsi i residenti di piazza verdi che esasperati chiedono il loro intervento rappresenta l’emblema di un problema che il centrosinistra bolognese ha lasciato incistire.
La nostra solidarietà va tanto ai residenti comprensibilmente alterati da un dramma che peggiora di giorno in giorno, quanto ai funzionari delle forze dell’ordine alle quali la politica, la magistratura e i rispettivi vertici hanno messo un guinzaglio molto corto. Per come stanno le cose oggi, un poliziotto che subisce continui insulti, provocazioni e aggressioni verbali e fisiche deve temere l’azione della magistratura più del facinoroso che non vede l’ora di farsi tirare una manganellata mentre il compagno è pronto a filmare tutto in modo da assicurarsi tanto un risarcimento economico quanto un alibi politico per continuare a inveire contro uno “stato fascista”.
L’ultima trovata messa in campo, cioè quella che prevede l’identificazione, la denuncia e la sanzione degli organizzatori ha davvero del ridicolo.
Se sanzionare i venditori abusivi di merce contraffatta che ogni weekend tappezzano i marciapiedi di via Indipendenza è semplicemente inutile (nessuna delle sanzioni comminate è stata o sarà mai pagata), con i collettivi universitari ricorrere alla magistratura o, peggio, alle sanzioni amministrative può essere addirittura controproducente.
Basta parlare con loro o più semplicemente vedere cosa scrivono sui social network per capire che non sono affatto intimoriti dalle azioni recentemente messe in campo, anzi, per molti dei facinorosi festaioli dei collettivi universitari, sfidare le istituzioni è un dovere e finire nei guai con la Giustizia un onore, una stella da appuntarsi sul petto.
Se davvero si vuole ripristinare un minimo di legalità in quella martoriata zona e restituire ai residenti le ore di sonno che spettano loro di diritto, la scelta è tanto semplice quanto obbligata: guastare la festa ai collettivi.
Se lasciamo da parte le ingenuità e le ipocrisie secondo le quali le azioni di ‘sti ragazzetti viziati e arroganti sarebbero paragonabili alle rivolte universitarie del secolo scorso, appare evidente che in questi casi l’azione politica rappresenta solo una faccia della medaglia. L’altra faccia è rappresentata dal divertimento e dietro il divertimento gira sempre del denaro. Solo una festa interrotta dall’intervento delle forze dell’ordine può disincentivare l’organizzazione della successiva perché, senza i centinaia di avventori che partecipano ai rave per ragioni unicamente ludiche, gli organizzatori si sentirebbero deboli e isolati e in rimessa.
Certo è che il rischio di uno scontro con rispettivi feriti è tangibile ma, se l’alternativa è lasciare a questi soggetti sempre più autonomia, a un certo punto lo scontro sarà comunque inevitabile, ammesso e non concesso che qualche cittadino, sentendosi abbandonato dalle istituzioni (come dargli torto) non decida di farsi giustizia da solo.
Come ho suggerito in aula a Malagoli venerdì scorso, la soluzione non sta in due multe e un processo bensì nella repressione estemporanea.

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