In Svizzera niente cittadinanza a chi non si adegua alle convenzioni sociali

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Sta facendo molto discutere la sospensione dell’iter che avrebbe portato alla naturalizzazione svizzera di due ragazzi musulmani, figli di un rifugiato politico siriano di vecchia data. Stando a quanto riportato dal Corriere.it, i due giovani si sarebbero rifiutati (per ortodossia religiosa) di stringere la mano alle loro insegnanti a fine lezione, storica consuetudine nella federazione elvetica. Il comportamento avrebbe sollevato alcuni dubbi sulla loro effettiva integrazione, condizione imprescindibile ai fini dell’ottenimento della cittadinanza elvetica.

— Il problema

Il caso è stato senza dubbio ingigantito dai media ma è emblematico di un problema molto diffuso in tutta Europa: immigrati che chiedono o addirittura pretendono, dalla nazione che li ospita, il riconoscimento di diritti e di cittadinanza nonostante non abbiano alcuna intenzione di integrarsi e, talvolta, in presenza di manifesto disprezzo, ostilità e riluttanza per la cultura del paese nel quale hanno scelto di vivere o sono nati.

Sbaglia chi pensa che le migrazioni avvengano principalmente per ragioni politiche, la maggioranza degli esodi (anche quelli che fanno fulcro sul diritto d’asilo) avviene per ragioni prettamente economiche e assistenziali. Se la nazione in questione, in un delirio relativista e xenofilo che sembra affliggere molti non predispone gli strumenti necessari ad integrare queste persone, tempo una generazione, la frittata multiculturale è fatta. Il multiculturalismo (modello britannico) consente ai nuovi arrivati di conservare tradizioni e usanze spesso retrograde potendo, al tempo stesso, accedere a istruzione, welfare, servizi evoluti e molti diritti che in patria gli sarebbero preclusi. Il problema è che invece di cittadini, in questo modo si formano anticittadini: individui e gruppi privi di un’identità nazionale ma dotati di una forte identità etnica e/o religiosa in contrasto tanto con l’identità locale quanto con le altre identità di importazione.

— Possibili soluzioni

Il divieto francese a indossare in pubblico il velo integrale ha fatto scuola e giurisprudenza. In vigore dal 2011, è stato oggetto di un ricorso alla Corte Europea per i diritti umani che però lo ha rigettato, considerando legittima l’intromissione da parte dello Stato, nella vita privata e nella religione dei cittadini per “proteggere le condizioni della vita associata”. In sostanza le nazioni possono definire le regole basilari per una proficua e pacifica convivenza e interazione tra i cittadini.

— Errori comuni

Le altre nazioni europee dovrebbero prendere al balzo questa possibilità e approvare leggi che subordinino ingressi e cittadinanza all’effettiva accettazione (e non solo formale) di valori “non negoziabili”. Quelli, grosso modo, contenuti nelle Costituzioni. La tendenza sembra invece quella inversa: cioè adeguare la legislazione alle sensibilità e pretese dei nuovi arrivati.

— Conclusioni

Spesso sento dire che le diversità sono un valore e vanno rispettate. Beh, dipende! Uno dei modi migliori di rispettare le differenze consiste, però, nel saperle riconoscere e nel sapere prevedere o almeno capire quando queste possono generare incompatibilità e generare conflitti.

Se i principi insiti in alcune culture, ideologie, filosofie e religioni sono inconciliabili con quelli consolidati in Europa, lasciare entrare i portatori di queste idee e permettere loro di diffonderle liberamente rappresenta un suicidio culturale i cui epiloghi saranno drammatici.

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Umberto Bosco

Militante Lega Nord Bologna

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