Terrorismo, Bosco (Lega Nord) “Da Comune di Bologna approccio bipolare.”

 

Non è la prima volta che emerge come attentatori islamisti siano transitati per la nostra città ma se è vero che l’Italia se la passa meglio di altri paesi è altrettanto vero che siamo tutt’altro che immuni dalla deriva islamista.

In fenomeno islamista è globale e certe contromisure necessitano di una regia nazionale e internazionale ma anche gli enti locali possono giocare un ruolo decisivo nella prevenzione. Al Comune di Bologna non manca certo l’attenzione al tema, lo testimoniano le barriere anticamion periodicamente posate agli ingressi dei Tdays e lo testimonia la recente adesione al LIAISE 2, il progetto Europeo per il contrasto al radicalismo violento. Al Comune di Bologna manca però lungimiranza e visione di insieme, lo si deduce dall’ostinazione nel voler ignorare la presenza di luoghi di culto mascherati da associazioni e dalla manifesta intenzione di concedere spazi comunali alle comunità islamiche.

Anche chi si radicalizza unicamente attraverso il web, ha frequentato più o meno regolarmente luoghi di aggregazione islamica (moschee e sale di preghiera e carceri). Queste strutture, in Italia, come nel resto d’Europa, anche quando non sono corresponsabili della radicalizzazione, si sono dimostrate pressoché incapaci di disinnescare i processi che la generano.

Il miglior antidoto alla radicalizzazione è senza dubbio l’integrazione ma questa avviene principalmente mettendo i fedeli islamici nella condizione di dover interagire con il resto della comunità locale e di farsi contaminare dai suoi valori. Se invece le istituzioni locali, come fa il Comune di Bologna, perseverano nel tollerare e sponsorizzare l’aggregazione dei fedeli islamici, le probabilità che da questi assembramenti nascano terroristi non possono che aumentare.

La miopia dell’Amministrazione bolognese è figlia delle logiche elettorali del PD che vede nelle comunità islamiche un bacino elettorale allettante ed è proprio perché interessato unicamente ai numeri che a Milano il Partito Democratico ha spinto la candidata in consiglio comunale più tradizionalista e ortodossa, Sumaya Abdel Qader anziché un’esponente islamica laica e riformista come Ismail Maryan.

Velo libera scelta?

Velo libera scelta?

Il mio intervento in aula sul velo islamico

Pubblicato da Umberto Bosco su Martedì 4 aprile 2017

La notizia è circolata con una certa insistenza nelle varie testate giornalistiche ed è stata ampiamente commentata da esperti ed esponenti politici di caratura locale e nazionale. I contorni e la veridicità del racconto sono ancora oggetto delle necessarie verifiche quindi eviterò di addentrarmi e di commentare la vicenda nello specifico.

Però episodi come questo, una volta depositato il polverone mediatico, necessitano un’attenta riflessione nonostante la tematica sia tra le più polarizzanti.

Dobbiamo prendere atto della realtà e ragionare insieme su quali soluzioni adottare per la nostra società.

Dobbiamo prendere atto che ci sono persone che scelgono di vivere qui nonostante provino un forte disprezzo per i valori di questa società.

Dobbiamo prendere atto che la presenza di queste persone non è equamente ripartita tra i vari gruppi etnici, ci sono culture di provenienza più simili o più conciliabili rispetto ad altre.

Dobbiamo prendere atto che alcune persone hanno il terrore di veder crescere i loro figli in seno ai valori di questa società, terrore che sovente si traduce in violenza e talvolta sfocia in omicidio.

Dobbiamo prendere atto di quanto sia limitato l’attuale margine d’azione delle istituzioni, provate a immaginare a quante ragazze, cresciute qua, ai primi segni di occidentalizzazione siano state spedite in bangladesh o in pakistan per essere riportate sui rispettivi binari culturali e magari costrette a un matrimonio combinato.

Dobbiamo prendere atto che per ogni Fatima che si ribella e finisce sul giornale ci sono migliaia di ragazze che si piegano alle imposizioni familiari e culturali.

Dobbiamo prendere atto che la violenza non è solo fisica, certe culture sono talmente intolleranti, talmente tradizionaliste, talmente chiuse che chi osa lasciarsi inquinare dalla cultura locale rischia seriamente di essere stigmatizzato ed emarginato dalla stessa famiglia e dalla stessa comunità nella quale è cresciuta.

Dobbiamo prendere atto che in questi casi le istituzioni sono pressoché impotenti.

Dobbiamo prendere atto che questi fattori rappresentano un forte deterrente all’integrazione.

e Dobbiamo prendere atto che la mancata integrazione, che avvenga per scelta deliberata o costrizione, rappresenta un fallimento per questa società perché chi non si integra è condannato a vivere in un’altra società; una società parallela che più passa il tempo più diventa chiusa, più diventa intollerante.

Dobbiamo ammettere, e rompo il ghiaccio facendolo per primo, che l’imperialismo culturale e l’etnocentrismo ci impediscono di capire e di governare la società di domani ma dobbiamo anche ammettere, e qua l’appello attraversa la sala, che anche il relativismo culturale è un ostacolo.

Aspettarsi che diverse culture, portatrici di valori tra loro antitetici, possano condividere pacificamente negli stessi spazi sociali è un’idea, per quanto romantica, irrealizzabile. Talvolta l’incontro tra culture è proficuo, altre volte conflittuale, talvolta produce progresso, altre volte involuzione. Saper distinguere, prevedere e governare questi diversi scenari è una delle sfide cruciali per il futuro.

Indossare il velo può essere una libera scelta.

Sono stato fidanzato per anni con una ragazza che il velo lo ha messo per scelta, nonostante i genitori, musulmani, glielo sconsigliassero.

Ma il fatto che una scelta possa essere libera, non significa che generalmente lo sia.

E’ davvero libera una scelta se il rifiuto della stessa conduce alla stigmatizzazione? All’emarginazione sociale?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo in un contesto dove l’ortodossia viene esaltata e l’anticonformismo demonizzato?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se i casi di imposizione spuntano regolarmente?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se fin da piccole si viene abituate a indossarlo?

Se imam e genitori ti dicono per essere una vera musulmana, lo devi indossare?

I racconti di molte, troppe ragazze, che da queste imposizioni, religiose o culturali che siano, si affrancano suggerirebbero di no.

Per questo mi piange il cuore quando sento paragonare il divieto di indossare il velo, all’obbligo di indossarlo.

Primo perché in molti stati a maggioranza islamica, il velo, quello integrale, è vietato.

Secondo perché i più fortunati e riusciti tentativi di modernizzazione e secolarizzazione avvenuti in contesti a maggioranza islamica sono passati anche dal divieto di indossare qualsiasi tipo di velo.

La cultura e il progresso, talvolta, vanno imposti. Altrimenti tanto vale mettere in discussione anche la scuola dell’obbligo.

Per queste ragioni presento un’odg. Non chiedo la trattazione immediata. Si tratta di un testo già molto conciliante, aperto ad eventuali modifiche. Che condividiate o meno queste mie riflessioni vi invito a leggerlo con attenzione perché è il genuino tentativo di avviare un confronto costruttivo su un tema molto molto spinoso.

Grazie

Velo islamico, Bosco (LN): “chi ancora parla di libera scelta, il velo lo ha sugli occhi”

Anche se particolarmente timida e più restia di altre a sgomitare o alzare la voce per rivendicare spazi e diritti, quella bengalese resta una comunità molto chiusa, tradizionalista e intollerante. Chi frequenta esponenti di altre comunità o, peggio, adotta stili di vita occidentali viene stigmatizzato ed emarginato. Un atteggiamento culturale che da sempre caratterizza alcune comunità ma di cui ci accorgiamo solo al verificarsi di episodi eclatanti, spesso di cronaca nera. Mi auguro che questo episodio faccia risvegliare le coscienze di chi si ostina che a sognare di poter integrare chi disprezza i valori fondamentali della nostra società.
Che i sedicenti rappresentanti delle comunità islamiche si arrampichino sugli specchi per spacciare quella sul velo come una libera scelta è, tutto sommato, comprensibile e coerente con l’agenda politica di chi vuole sdoganare la cultura islamica come compatibile con i valori occidentali. Che una lunga schiera di politici e intellettuali prenda questa lettura come plausibile è però meno comprensibile e ben più preoccupante. Il velo nasce come strumento di “modestia sessuale”, una funzione che è rimasta pressoché invariata nei secoli a fronte dell’immutata criminalizzazione della fornicazione e della diffusa idea che le femmine necessitino sempre di un guardiano (padre, fratello o marito). Indossare il velo, è vero, può essere oggetto di una libera scelta ma molto di rado lo è davvero. Il condizionamento che molti giovani subiscono da parte della famiglia e della comunità etnica di riferimento è un elemento troppo spesso sottovalutato e ancora più spesso tollerato dalle istituzioni, più attente a restare dentro i canoni relativisti del politicamente corretto rispetto ad affrontare e risolvere un problema dilagante. Per ogni ragazza come Fatima, che si ribella alle imposizioni familiari, ce ne sono migliaia che cedono alle pressioni, che si adeguano. Sul piatto non ci sono solo le violenze fisiche che, con i dovuti limiti, le istituzioni sono in grado di affrontare, punendo i responsabili e allontanando le vittime. Un importante deterrente è rappresentato anche dalla minaccia di emarginazione sociale. Chi sceglie stili di vita difformi dal “gregge” viene allontanata perdendo amici e parenti, così molte ragazze “scelgono” di chinare e di coprire il capo. Presto o tardi se ne faranno una ragione fino al convincersi che sia meglio così, magari spingendosi ad accettare un matrimonio combinato, condannando a sua volta le sue figlie a vivere il medesimo copione.
Per queste ragioni mi auguro che i servizi sociali consentano a Fatima di rifarsi una vita lontano da una famiglia e da un comunità capaci solo di soffocare la sua personalità comprimendo la sua libertà.

Umberto Bosco
Consigliere Lega Nord
Comune di Bologna

Cosa c’è dietro le moschee aperte ai cristiani

Il dialogo interreligioso come strumento per combattere il terrorismo. Questo in sintesi l’obiettivo che si è dato Foad Aodi, presidente delle Comunità Arabe in Italia e promotore dell’evento.

L’idea che questa iniziativa possa scongiurare il ripetersi di attentati è quanto meno azzardata. Per i militanti dell’isis, i musulmani che non ingaggiano la guerra santa sono indegni quanto ebrei e cristiani. Quella di demusulmanizzare i musulmani con i quali si è in disaccordo è una diffusa pratica utile a rendere halal (lecita) la violenza nei loro confronti. Non a caso la maggior parte delle vittime dell’isis sono proprio musulmane. Far accedere dei kafir (infedeli) all’interno delle “sacre” mura di una moschea ha più chance di indispettire potenziali terroristi piuttosto che quella di disinnescare le loro violente ambizioni. L’iniziativa ha senza dubbio fatto presa sui più ingenui e ottimisti, credenti o meno ma ad un osservatore più disilluso non dovrebbero sfuggire alcune dietrologie.

1. La quasi sconosciuta associazione delle Comunità arabe d’Italia. Il suo presidente ha senza dubbio trovato il modo di far parlare di sé entrando a gamba tesa nell’olimpo delle organizzazioni che in modo del tutto autoreferenziale millantano di rappresentare questa o quella comunità o minoranza.
2. La moschea saudita di Roma non ha aderito. Tecnicamente non hanno declinato l’invito, semplicemente non hanno risposto nonostante i numerosi solleciti. Un atteggiamento che suggerisce come l’iniziativa di Aodi non sia piaciuta nemmeno al regno saudita che controlla la grande moschea della Capitale. Ancora una volta le moschee sono il terreno di scontro politico tra nazioni o sette. Anche il principale centro islamico di Milano, quello di Viale Jenner ha disertato l’iniziativa.
3. Solo il terrorismo? Che il terrorismo islamista sia una piaga è qualcosa sul quale concordano anche moltissimi musulmani, persino diversi islamisti secondo i quali l’uccisione di innocenti rallenterebbe il processo di islamizzazione in corso. In molti però rimarrebbero sorpresi di scoprire come gli obiettivi politici dei tagliagole non siano così diversi da quelli dei loro pii e pacifici detrattori.
4. Perché invitare solo i cristiani? Un prete è stato sgozzato in chiesa dai militanti dell’isis e questo ha portato la Chiesa cattolica a invitare altri musulmani in chiesa. Una sorta di “porgiamo l’altra giugulare”. Ora siamo arrivati a invitare i cristiani in moschea. Perché? Ma soprattutto perché solo loro? Perché non invitare altre categorie? Per esempio: le associazioni di metallari (Bataclan), le associazioni per la libertà d’espressione (Charlie Hebdo). Gli ebrei (attacchi a sinagoghe e negozi kosher), le associazioni dei turisti (Nizza) ecc. Perché solo i cristiani?

Secondo me quello in corso è il tentativo, da parte delle organizzazioni islamiche, di stipulare un sodalizio con le gerarchie cattoliche nella speranza che queste giochino un ruolo di mediazione e favoriscano il riconoscimento istituzionale della religione islamica che, ad oggi, è priva di un’intesa con lo Stato. Non è un caso che a Bologna la comunità islamica non chieda la moschea ma il Sindaco di centrosinistra e il Vescovo premano per dargliela lo stesso.

Moschea di via Ristori, Bosco (LN): “Stabile non utilizzabile per attività di culto, daremo battaglia in Comune e, se necessario, al TAR”

Il Consiglio di Stato, esprimendosi su un caso analogo, ha ribadito che attività di culto e associazionismo sono ambiti separati e tali devono rimanere. Non è quindi consentito usare gli spazi di un’associazione per fare attività religiose. Nel question time di domani chiedo conto alla Giunta che, nella persona del Sindaco, non solo ha definito “lecita” la diffusa pratica di fondare associazioni per aggirare la normativa sugli edifici di culto ma in diverse occasione mette a disposizione i suoi spazi.

Quando c’è di mezzo l’Islam, le amministrazioni di centrosinistra tendono a chiudere un occhio o a interpretare leggi e sentenze in modo fantasioso; per queste ragioni tra poche settimane riprenderà la raccolta firme per il progetto di legge regionale cosiddetto “antimoschee”.

La svolta di Francesco sull’Islam

Mi chiedo perché i vertici del clero cattolico si prendano la briga di rimarcare le analogie tra Corano e Vangelo.

Forse i porporati vedono, nei seguaci di Maometto, utili alleati per invertire la rotta laica che l’Europa ha intrapreso secoli fa.

Francesco, come il Vescovo Zuppi farebbe bene a rileggere il Corano. Certi passaggi sono molto chiari e suggeriscono di evitare certe alleanze.

Corano 5:51

O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, essi sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti.

papa