Islam, dichiarazioni vescovo Negri, Bosco (Lega Nord): “contributo musulmani non violenti a lotta al terrorismo è pari a zero”.

“Scagionare l’Islam dalla violenza generata dal jihadismo appellandosi al fatto che la maggior parte delle vittime siano musulmani è quanto di più falso e semplicistico si possa partorire. Idem per l’affermazione sul fatto che solo una piccola minoranza ha comportamenti violenti. Fin tanto che i musulmani che sinceramente si dissociano dai terroristi e dalla violenza non saranno disposti ad ammettere i problemi insiti nell’ideologia religiosa che li accomuna con essi, cioè quella che emerge dal Corano e dalla biografia di Maometto, il loro contributo nella lotta al terrorismo sarà nullo, se non addirittura controproducente. Avanzare critiche all’islam e al suo Profeta è il modo più efficace per innescare una reazione violenta. Piaccia o no, questa è la realtà dei fatti.”
Questa la replica di Umberto Bosco, consigliere comunale della Lega Nord, alle dichiarazioni della CIB.”

Velo libera scelta?

Velo libera scelta?

Il mio intervento in aula sul velo islamico

Pubblicato da Umberto Bosco su Martedì 4 aprile 2017

La notizia è circolata con una certa insistenza nelle varie testate giornalistiche ed è stata ampiamente commentata da esperti ed esponenti politici di caratura locale e nazionale. I contorni e la veridicità del racconto sono ancora oggetto delle necessarie verifiche quindi eviterò di addentrarmi e di commentare la vicenda nello specifico.

Però episodi come questo, una volta depositato il polverone mediatico, necessitano un’attenta riflessione nonostante la tematica sia tra le più polarizzanti.

Dobbiamo prendere atto della realtà e ragionare insieme su quali soluzioni adottare per la nostra società.

Dobbiamo prendere atto che ci sono persone che scelgono di vivere qui nonostante provino un forte disprezzo per i valori di questa società.

Dobbiamo prendere atto che la presenza di queste persone non è equamente ripartita tra i vari gruppi etnici, ci sono culture di provenienza più simili o più conciliabili rispetto ad altre.

Dobbiamo prendere atto che alcune persone hanno il terrore di veder crescere i loro figli in seno ai valori di questa società, terrore che sovente si traduce in violenza e talvolta sfocia in omicidio.

Dobbiamo prendere atto di quanto sia limitato l’attuale margine d’azione delle istituzioni, provate a immaginare a quante ragazze, cresciute qua, ai primi segni di occidentalizzazione siano state spedite in bangladesh o in pakistan per essere riportate sui rispettivi binari culturali e magari costrette a un matrimonio combinato.

Dobbiamo prendere atto che per ogni Fatima che si ribella e finisce sul giornale ci sono migliaia di ragazze che si piegano alle imposizioni familiari e culturali.

Dobbiamo prendere atto che la violenza non è solo fisica, certe culture sono talmente intolleranti, talmente tradizionaliste, talmente chiuse che chi osa lasciarsi inquinare dalla cultura locale rischia seriamente di essere stigmatizzato ed emarginato dalla stessa famiglia e dalla stessa comunità nella quale è cresciuta.

Dobbiamo prendere atto che in questi casi le istituzioni sono pressoché impotenti.

Dobbiamo prendere atto che questi fattori rappresentano un forte deterrente all’integrazione.

e Dobbiamo prendere atto che la mancata integrazione, che avvenga per scelta deliberata o costrizione, rappresenta un fallimento per questa società perché chi non si integra è condannato a vivere in un’altra società; una società parallela che più passa il tempo più diventa chiusa, più diventa intollerante.

Dobbiamo ammettere, e rompo il ghiaccio facendolo per primo, che l’imperialismo culturale e l’etnocentrismo ci impediscono di capire e di governare la società di domani ma dobbiamo anche ammettere, e qua l’appello attraversa la sala, che anche il relativismo culturale è un ostacolo.

Aspettarsi che diverse culture, portatrici di valori tra loro antitetici, possano condividere pacificamente negli stessi spazi sociali è un’idea, per quanto romantica, irrealizzabile. Talvolta l’incontro tra culture è proficuo, altre volte conflittuale, talvolta produce progresso, altre volte involuzione. Saper distinguere, prevedere e governare questi diversi scenari è una delle sfide cruciali per il futuro.

Indossare il velo può essere una libera scelta.

Sono stato fidanzato per anni con una ragazza che il velo lo ha messo per scelta, nonostante i genitori, musulmani, glielo sconsigliassero.

Ma il fatto che una scelta possa essere libera, non significa che generalmente lo sia.

E’ davvero libera una scelta se il rifiuto della stessa conduce alla stigmatizzazione? All’emarginazione sociale?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo in un contesto dove l’ortodossia viene esaltata e l’anticonformismo demonizzato?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se i casi di imposizione spuntano regolarmente?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se fin da piccole si viene abituate a indossarlo?

Se imam e genitori ti dicono per essere una vera musulmana, lo devi indossare?

I racconti di molte, troppe ragazze, che da queste imposizioni, religiose o culturali che siano, si affrancano suggerirebbero di no.

Per questo mi piange il cuore quando sento paragonare il divieto di indossare il velo, all’obbligo di indossarlo.

Primo perché in molti stati a maggioranza islamica, il velo, quello integrale, è vietato.

Secondo perché i più fortunati e riusciti tentativi di modernizzazione e secolarizzazione avvenuti in contesti a maggioranza islamica sono passati anche dal divieto di indossare qualsiasi tipo di velo.

La cultura e il progresso, talvolta, vanno imposti. Altrimenti tanto vale mettere in discussione anche la scuola dell’obbligo.

Per queste ragioni presento un’odg. Non chiedo la trattazione immediata. Si tratta di un testo già molto conciliante, aperto ad eventuali modifiche. Che condividiate o meno queste mie riflessioni vi invito a leggerlo con attenzione perché è il genuino tentativo di avviare un confronto costruttivo su un tema molto molto spinoso.

Grazie

Velo islamico, Bosco (LN): “chi ancora parla di libera scelta, il velo lo ha sugli occhi”

Anche se particolarmente timida e più restia di altre a sgomitare o alzare la voce per rivendicare spazi e diritti, quella bengalese resta una comunità molto chiusa, tradizionalista e intollerante. Chi frequenta esponenti di altre comunità o, peggio, adotta stili di vita occidentali viene stigmatizzato ed emarginato. Un atteggiamento culturale che da sempre caratterizza alcune comunità ma di cui ci accorgiamo solo al verificarsi di episodi eclatanti, spesso di cronaca nera. Mi auguro che questo episodio faccia risvegliare le coscienze di chi si ostina che a sognare di poter integrare chi disprezza i valori fondamentali della nostra società.
Che i sedicenti rappresentanti delle comunità islamiche si arrampichino sugli specchi per spacciare quella sul velo come una libera scelta è, tutto sommato, comprensibile e coerente con l’agenda politica di chi vuole sdoganare la cultura islamica come compatibile con i valori occidentali. Che una lunga schiera di politici e intellettuali prenda questa lettura come plausibile è però meno comprensibile e ben più preoccupante. Il velo nasce come strumento di “modestia sessuale”, una funzione che è rimasta pressoché invariata nei secoli a fronte dell’immutata criminalizzazione della fornicazione e della diffusa idea che le femmine necessitino sempre di un guardiano (padre, fratello o marito). Indossare il velo, è vero, può essere oggetto di una libera scelta ma molto di rado lo è davvero. Il condizionamento che molti giovani subiscono da parte della famiglia e della comunità etnica di riferimento è un elemento troppo spesso sottovalutato e ancora più spesso tollerato dalle istituzioni, più attente a restare dentro i canoni relativisti del politicamente corretto rispetto ad affrontare e risolvere un problema dilagante. Per ogni ragazza come Fatima, che si ribella alle imposizioni familiari, ce ne sono migliaia che cedono alle pressioni, che si adeguano. Sul piatto non ci sono solo le violenze fisiche che, con i dovuti limiti, le istituzioni sono in grado di affrontare, punendo i responsabili e allontanando le vittime. Un importante deterrente è rappresentato anche dalla minaccia di emarginazione sociale. Chi sceglie stili di vita difformi dal “gregge” viene allontanata perdendo amici e parenti, così molte ragazze “scelgono” di chinare e di coprire il capo. Presto o tardi se ne faranno una ragione fino al convincersi che sia meglio così, magari spingendosi ad accettare un matrimonio combinato, condannando a sua volta le sue figlie a vivere il medesimo copione.
Per queste ragioni mi auguro che i servizi sociali consentano a Fatima di rifarsi una vita lontano da una famiglia e da un comunità capaci solo di soffocare la sua personalità comprimendo la sua libertà.

Umberto Bosco
Consigliere Lega Nord
Comune di Bologna

Se criticare l’Islam diventasse illegale

Nei paesi anglofoni la chiamano “Jihad by court”, cioè la guerra santa per via legali. È la pratica attraverso la quale con azioni legali o la minaccia di esse si cerca di limitare il criticismo nei confronti dell’Islam, di Maometto e dei musulmani in genere. In alcuni paesi è già una realtà, nel Regno Unito, ad esempio, un candidato alle elezioni europee è stato arrestato per aver letto in pubblico alcune citazioni di Wiston Churchill su Maometto e sull’Islam (guarda il video).
In Italia non si è (per ora) al corrente di sentenze che condannano qualcuno per aver criticato un’ideologia, una religione o un personaggio storico ma la legge Mancino concede alle toghe un’enorme e pericolosissima discrezionalità. La legge 25 giugno 1993, n. 205 introduce severe punizioni per la discriminazione, l’odio e la violenza perpetrati per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Si noti che la legge non menziona i motivi politici, per cui discriminare le idee politiche di qualcuno è lecito ma se le stesse identiche idee si barricano dietro il paravento un’ideologia religiosa, la stessa discriminazione può rappresentare un reato penale. In merito alla violenza nulla da eccepire salvo che le leggi che puniscono i violenti già esistono e con leggi come la Mancino si creano vittime di serie A e di serie B. Tirare un ceffone ad una donna per ragioni sessiste o ad un gay per ragioni omofobe, per esempio, oggi è meno grave di tirare un ceffone ad un ragazzo di colore per motivi razziali o a un musulmano/ebreo/cristiano per ragioni religiose. La legge crea quindi un sottostrato dove potrebbe facilmente attecchire anche il reato di “islamofobia”, termine del quale sempre più esponenti politici ed istituzionali si riempiono la bocca.
Il capitolo islamofobia merita un approfondimento. Per cominciare è necessario precisare che praticamente ogni paese a maggioranza islamica ha legiferato in materia di “sensibilità religiosa” introducento pene anche molto severe per chi osa criticare Allah, l’Islam e Maometto. Quando esponenti della sinistra europea chiedono l’introduzione del reato di islamofobia, probabilmente la intendono come una forma di tutela per una minoranza ma è ragionevole pensare che quando le organizzazioni islamiche avanzano simili pretese, abbiano in mente la severa intransigenza che caratterizza i paesi islamici. Come avviene per molti neologismi, anche il significato di “islamofobia” è molto suscettibile a variazioni. Per qualcuno “islamofobia” va intesa come la promozione dell’odio e l’incitamento alla violenza nei confronti dei musulmani, per altri vi rientra ogni tipo di attacco (anche intellettuale o satirico) alle idee che l’Islam racchiude in se. Visti il grande senso comunitaristico che caratterizza la ummah (la comunità globale dei credenti) e la spietata venerazione per la figura di Maometto, ogni critica ad esso e alla religione che ha fondato, è comunemente considerata quale insulto collettivo che legittima, almeno a parole, una ritorsione anche violenta, nel solco, appunto degli insegnamenti del profeta.
Nei primi anni del nuovo millenio era molto attiva la Lega Islamica Antidiffamazione che era solita mandare valanghe di diffide e rilasciare comunicati e censure su comportamenti “lesivi” della sensibilità dei musulmani. Stando a quanto google indicizza, l’organizzazione, almeno in Italia non è più molto attiva. Molto attivo sul fronte islamofobia è da tempo Luca Bauccio, già avvocato della famiglia di Abu Omar nonché dell’UCOII. Bauccio si è occupato di diverse cause, alcune delle quali intentate nei confronti di Magdi Allam e di Suad Sbai.
A intentare una delle azioni legali più impavide è stato l’anno scorso Adnani Kadmiri, socio fondatore del Tavolo Interreligioso di Cremona, presidente dell’associazione La Fratellanza Soresinese e segretario generale dell’associazione Assalam che ha deciso di querelare, in qualità di suo diretto discendente (non è ben chiaro come la cosa possa essere dimostrata), Magdi Allam per aver definito Maometto come un lurido assassino sanguinario. Le chance che un caso del genere si traduca in una effettiva condanna non sono molte ma se un giudice distratto o molto politicizzato dovesse esprimersi a favore del querelante si creerebbe un precedente molto pericoloso che rischierebbe di compromettere la piena applicazione dei diritti costituzionali in materia di libertà di espressione. Resta che una tempesta di querele basate sul nulla ma ben redatte può ridurre sul lastrico e quindi al silenzio il più attento e corretto dei commentatori e a molte organizzazioni islamiche non mancano certo le risorse.
Escludendo i musulmani dall’equazione, sui piani ideologico, politico e propagandistico norme come la legge Mancino fanno leva sulla spiccata propensione delle democrazie occidentali a tutelare le minoranze e a stigmatizzare ogni forma di razzismo e discriminazione. Una tendenza assolutamente condivisibile ma negli ultimi anni ha subito una pericolosa degenerazione che, in parte, ne ha stravolto i principi cardine. Si è arrivati in molto casi a estendere la protezione e la tutela delle minoranze alle idee e alle sensibilità che dette minoranze detengono o rivendicano, stigmatizzando altresì chi esprime giudizi negativi, critica o sbeffeggia tali idee. Il modello pluralista, vanto delle moderne democrazie occidentali e che prevede lo scontro/confronto di idee al fine di far emergere quelle migliori, viene scalzato dal modello multiculturalista e relativista dove ogni gruppo può rivendicare, in forza della propria appartenenza etnica e/o religiosa, la propria rispettiva insindacabile verità, diventando, al tempo stesso, impermeabile a qualsiasi sollecitazione o critica provenienti dall’esterno del gruppo.
Sarebbe auspicabile che gli intellettuali occidentali utilizzassero quel poco di influenza culturale e politica che ancora rimane loro per rimarcare che, le persone sono detentrici di diritti, non le idee. E se per qualcuno è inaccettabile veder le proprie convinzioni e certezze attaccate o derise, beh, questo qualcuno non è adatto a vivere in una democrazia e dovrebbe migrare verso altri lidi.

Karl Popper ci aveva avvertito:

La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.

La sinistra europea e i liberal americani applicano alla lettera questa massima quando si tratta di attaccare gli oppositori politici che vengono spesso criminalizzati e delegittimati come interlocutori. Allo stesso tempo, forse accecati dalla romantica idea del melting pot e dal senso di colpa postcoloniale, sono completamente passivi, per non dire correi, nei confronti degli intolleranti d’importazione.
Se fossero furbi e razionali, i liberal userebbero quella che loro considerano essere l’intolleranza autoctona contro quella forestiera, a vantaggio della tolleranza in generale ma, a giudicare dall’epilogo delle ultime elezioni americane, possiamo escludere categoricamente l’ipotesi.

Il sacrificio umano: da Maometto all’ISIS

ATTENZIONE, IMMAGINI MOLTO DISTURBANTI, SCONSIGLIATE AD UN PUBBLICO SENSIBILE.

In occasione della festa del sacrificio l’Isis ha rilasciato l’ennesimo video nel quale giustizia i suoi prigionieri. Se pensate di aver già visto l’orrore di cui sono capaci i miliziani del Califfato vi assicuro che quest’ultimo fa davvero un salto di qualità. Niente effetti speciali hollywoodiani (quando ammazzi sul serio le persone non servono) ma regia e fotografia sono a dir poco magistrali, segno del fatto che allo stato islamico non manchino certo risorse e competenze.

Il metodo con i quali i prigionieri vengono giustiziati, oltre alla già descritta spettacolarità e maestria di regia, ha un forte valore simbolico, il valore del sacrificio umano ad Allah.

I musulmani di tutto il mondo celebrano ogni anno la festa del sacrificio (Id al-adha)  collegata con il racconto coranico di Ibrahim (Abramo). Un Allah a dir poco sadico vuole testare la fedeltà di Ibrahim pretendendo da questi l’uccisione di suo figlio Ismaele (Isacco nella tradizione giudaico-cristiana). Il primo ubbidiente profeta porta il figlio sul monte, lo lega esattamente come si faceva per le bestie da macellare e, proprio mentre si appresta a sgozzare il suo “amato” ragazzo, (colpo di scena) viene fermato da un angelo inviato dallo stesso Allah.

Il valore simbolico di questo racconto è davvero immenso per i seguaci di Maometto poiché rappresenta la sublimazione della cieca e acritica sottomissione al volere di Allah. Non è un caso infatti che si tratti della festività più importante per l’Islam che significa, appunto, sottomissione.

Il video in questione dura circa dodici minuti i cui primi otto contengono spezzoni di altri video e precedenti esecuzioni, interviste, interrogatori e la ricostruzione dei crimini commessi da coloro che dall’ottavo minuto subiranno la mattanza. I prigionieri che indossano le ormai tradizionali tute arancioni “Guantanamo style” sono ammassati nel angolo di quello che è a tutti gli effetti un moderno mattatoio e vengono prelevati ad uno ad uno per essere sgozzati a ridosso di una grata che consente al sangue di scolare nel sistema fognario. Le inquadrature sono studiate per dare risalto al terrore e alla sofferenza patiti dai condannati. I corpi esanimi sono poi appesi a testa in giù al fine di completare il dissanguamento, come prescrive la macellazione halal.

Il video è davvero disturbante, la visione è fortemente sconsigliata ad un pubblico sensibile.

Si consideri che persino i nazisti si preoccupavano di non far sapere ai tedeschi le atrocità commesse nei campi di sterminio; ben consapevoli che la stessa opinione pubblica che aveva eletto Hitler, un antisemita dichiarato, non avrebbe tollerato un tale orrore. La strategia propagandistica dell’Isis prevede invece di dare risalto alla gratuita e amplificata violenza nei confronti di inermi prigionieri o presunte spie. Il fatto che questa propaganda si dimostri efficace anche con molti musulmani cresciuti in Europa è a dir poco agghiacciante e dovrebbe stimolare una seria riflessione su quali siano gli effettivi valori dell’islam.

Gli apologeti dell’islam senza dubbio argomenteranno che la sadica strumentalizzazione di un rituale così sacro è quanto di più lontano si possa concepire dall’islam. Forse questi apologeti non conoscono o non ricordano che la legittimazione etica che consente di massacrare i prigionieri proviene proprio dallo stesso Maometto.

Non tutti sanno che, oltre agli insegnamenti e le istruzioni contenuti nel Corano, la filosofia, la legge, la prassi e l’etica dell’Islam si rifanno alla Sunnah (da cui deriva il termine “sunnita”). La Sunnah è la raccolta degli hadith. Gli hadith sono testimonianze su come Maometto e i suoi seguaci si sono comportati in vita. Dato che lo stesso Corano (perfetta e immutabile parola di Allah) eleva Maometto a modello da seguire per tutti i fedeli (Avete nel Messaggero di Allah un bell’esempio per voi… Corano 33:21), per tutto ciò che non è specificato nei versetti coranici, il buon musulmano si rifà agli esempi forniti dal suo profeta. Esistono migliaia di hadith che raccontano tutto e il contrario di tutto. Per fortuna sono classificati in base alla catena di trasmissione che ne attesta l’attendibilità.

La veridicità del racconto che segue è certificata da hadith contenuti nelle raccolte più autorevoli. Li riporterò in calce all’articolo.

Nel corso delle battaglie contro i meccani, Maometto si è imbattuto nella tribù ebraica dei Banu Qurayza. Questa tribù, probabilmente a causa dell’inferiorità militare, si arrese rapidamente alle truppe islamiche. Dopo essere stati disarmati si decise che gli uomini della tribù sarebbero dovuti essere passati a fil di spada. Secondo Maometto, la sentenza di morte era conforme al volere di Allah (Sahih Bukhari 5:59:447) che poi partecipò attivamente al massacro di questi uomini disarmati. Le teste mozzate furono sepolte in trincee appositamente scavate. Almeno 600 uomini disarmati furono uccisi in questo modo. A subire il tragico destino non furono solo i maschi in età da combattimento ma anche giovani ragazzi, considerati nemici per il solo fatto di essere dotati di peli pubici. No. Non è uno scherzo. “(Abu Dawud 38:4390**).

Ora che conosciamo alcune emblematiche azioni dell’esempio da seguire, non dovremmo più sorprenderci di assistere a scene come questa, dove i miliziani di Nour al-Din al-Zenki, un gruppo jihadista siriano molto simile all’Isis, con il sorriso sulle labbra e intonando ad Allah, decapitano, dopo averlo picchiato e deriso, un ragazzino di 11-12 anni, accusato di spionaggio. È lecito pensare che abbia subito la stessa selezione dei giovani Qurayza.

A liquidare gli autori di questi massacri come semplici criminali o assassini si commette un errore madornale. Non parliamo di persone senza scrupoli prive di una morale. Spesso non si tratta di disperati cresciuti in un campo profughi, bensì di persone istruite con un buon lavoro, amici, passioni, hobby, una famiglia che li ama. Queste persone hanno una grande morale e una grande etica e sono ben disposti a morire per essa. Semplicemente si tratta dell’etica e della morale di Maometto, un furbo, visionario, manipolatore e sanguinario conquistatore del settimo secolo. Se il modello etico è una persona del genere, commettere questi crimini diventa razionale, lecito e morale per chiunque. Non dobbiamo mai dimenticare che chi in questi orribili video impugna la lama e uccide un essere umano indifeso è una persona convinta di essere l’agente del volere del “misericordioso” creatore dell’universo. Lo stesso “misericordioso” creatore che torturerà questi prigionieri nell’aldilà per l’eternità (Corano 4:56, 5:33, 47:12). Come nel caso del comunismo e del nazismo, l’ideologia (o teologia) violenta e intollerante, unita all’approccio dogmatico e acritico produce le catastrofi che abbiamo visto e continuiamo a vedere.

Qualcuno potrebbe obbiettare: “ma se questi sono davvero gli insegnamenti dell’Islam, perché la maggior parte dei musulmani sono persone pacifiche?“. La replica a tale obbiezione è molto articolata e richiederebbe un articolo a parte, provo a sintetizzare i punti:

  • La maggior parte di qualsiasi categoria è “pacifica”, la violenza non è come la democrazia, non serve il 51%, basta una piccola minoranza di violenti protetta o sponsorizzata da una maggioranza passiva.
  • L’Islam contiene anche insegnamenti positivi e pacifici anche se è necessario precisare che la maggior parte di questi sono contenuti nelle cosiddette sure meccane, quelle scritte quando Maometto era privo di potere politico. Quando salì al potere a Medina la musica cambiò completamente. Inoltre, in caso di contraddizioni, i versetti successivi (Medina) abrogano i precedenti (La Mecca).
  • Pochissimi musulmani uccidono in nome di Allah come pochissimi cristiani porgono l’altra guancia. La religione è solo uno degli elementi che determinano i comportamenti umani. Fortunatamente ce ne sono altri.
  • Come per i fedeli di altri culti, non tutti i sedicenti musulmani conoscono la propria religione o la biografia di Maometto. Molti di loro ignorano le crudeltà contenute nel Corano e commesse dal loro profeta e lo ritengono un personaggio estremamente saggio e pacifico.
  • Durante i secoli sono stati sviluppati (anche in seno all’islam) alcuni anticorpi intellettuali che contrastano la violenza di matrice religiosa.

I musulmani pacifici, compresi quelli che apertamente e sinceramente criticano il jihadismo e l’islamismo, condividono una considerevole quota di responsabilità sull’oceano di violenza che si sta consumando in nome di Allah. La diffusa indisponibilità dei musulmani tutti (violenti o pacifici) a criticare i comportamenti di Maometto e i messaggi violenti intolleranti e violenti del Corano secondo gli standard etici e morali odierni impedisce all’islamismo (inteso come l’imposizione di qualsiasi forma di Islam) di essere intellettualmente demolito, vanificando del tutto gli sforzi di quei pochi musulmani riformisti. Testi sacri alla mano, i predicatori d’odio e violenza avranno sempre più argomenti di chi, in totale buona fede, vuole fare dell’islam una religione di pace, attraverso riforme simili a quelle che hanno interessato quasi tutte le altre principali religioni.

Anche la scarsa propensione degli intellettuali occidentali “liberal” a condannare apertamente l’Islam non aiuta per niente. Ironia della sorte, è stato proprio un musulmano riformista, Majid Nawaz, a coniare un termine per definire questa autolesionista propensione della sinistra occidentale: “Regressive Left“.

*Sahih Bukhari 5:59:447

Narrato da Abu Said Al-Khudri: “La gente dei Banu Quraiza accettò il verdetto emesso da Sad bin Mu’adh (capo della tribù medinese dei Banu Aws). Così il profeta si incontrò con Sad che venne a cavallo di un asino e quando raggiunsero la Moschea, il Profeta disse agli Ansar (i medinesi convertiti all’Islam): “Consegnateli (i prigionieri) al vostro capo (Sad bin Mu’adh) o ai migliori tra di voi.” Quindi, il Profeta disse (a Sad). “Costoro (i Banu Qurayza) hanno accettato il tuo verdetto.” Sad bin Mu’adh ordinò quindi di uccidere gli uomini e prendere i loro figli e le donne come prigionieri.” Maometto disse: “Hai giudicato secondo il volere di Allah.

**Abu Dawud 38:4390

Narrato Atiyyah al-Qurazi: “Ero tra i prigionieri di Banu Qurayza. I seguaci del profeta ci hanno esaminato e quelli che ai quali avevano cominciato a crescere i peli (pube) furono uccisi e quelli che non li avevano ancora furono risparmiati. Io ero tra coloro che non li avevano.

Ennesimo attacco al banchetto Lega Nord a Bologna

20160524_160640Oggi pomeriggio alle 16 si è consumata l’ennesima aggressione al banchetto della Lega Nord sito in via Rizzoli.
Un gruppo di due ragazze e un ragazzo, con azione chiaramente premeditata, mi hanno da prima interpellato circa i dettagli del mio progetto di legge “antimoschee” per poi avventarsi senza preavviso sul mio materiale elettorale, danneggiandolo irreparabilmente.
Il rapido intervento della polizia ha consentito di identificare i responsabili che sono stati prontamente denunciati.
La settimana scorsa si è verificato un episodio analogo. Sempre grazie all’intervento della polizia, detto episodio non scaturì in violenza fisica e danni materiali.

In questa città il libero e civile confronto è spesso precluso alle minoranze che devono subire sia la criminalizzazione da parte della maggioranza sia l’intolleranza e la prepotenza dei centri sociali e chi chiunque consideri inaccettabile la presenza e le proposte della Lega Nord.

Ringrazio il movimento Lega Nord che, nelle figure del Commissario Provinciale, Stefano Ruozzi e della Candidata Sindaco, Lucia Borgonzoni nonché dei numerosi iscritti e candidati, mi ha manifestato la sua vicinanza e solidarietà.

Ufficio Stampa
Umberto Bosco
Candidato Consigliere Lega Nord
Comune di Bologna e autore del progetto di legge “antimoschee”.
ufficiostampa@umbertobosco.com

E l’intollerante sarei io?

Ahmed (nome di fantasia) si è adirato per il mio progetto di legge per vietare le moschee e ci ha tenuto a ricordarmi, con tanto di citazione coranica, che, nonostante i miei sforzi, Allah farà risplendere la sua luce, alla faccia dei miscredenti come me.
Ecco cos’altro dice il Corano sui miscredenti.
Corano su miscredenti
A quanto pare, però, l’intollerante sarei io…