Gaza, recita all’asilo. Bambini simulano uccisione israeliani

Purtroppo nella striscia di Gaza e in tutto il Medio Oriente episodi del genere sono molto frequenti. Questi bambini vengono indottrinati al martirio e all’uccisione degli infedeli fin da piccoli!
Non sono un esperto del conflitto israelopalestinese ma ritengo che, nell’analisi dei conflitti, oltre alle azioni vadano tenute in considerazione le intenzioni.
Se Israele volesse radere al suolo Gaza sterminando tutta la popolazione, potrebbe farlo in pochi giorni. Non lo fa.
Se Hamas (che rappresenta la maggioranza dei palestinesi di Gaza) potesse radere al suolo Israele, lo farebbe senza esitare!
Tifate pure per chi vi pare ma questo è e resta un fatto.

 

Corriere.it - Gaza asilo

In Svizzera niente cittadinanza a chi non si adegua alle convenzioni sociali

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Sta facendo molto discutere la sospensione dell’iter che avrebbe portato alla naturalizzazione svizzera di due ragazzi musulmani, figli di un rifugiato politico siriano di vecchia data. Stando a quanto riportato dal Corriere.it, i due giovani si sarebbero rifiutati (per ortodossia religiosa) di stringere la mano alle loro insegnanti a fine lezione, storica consuetudine nella federazione elvetica. Il comportamento avrebbe sollevato alcuni dubbi sulla loro effettiva integrazione, condizione imprescindibile ai fini dell’ottenimento della cittadinanza elvetica.

— Il problema

Il caso è stato senza dubbio ingigantito dai media ma è emblematico di un problema molto diffuso in tutta Europa: immigrati che chiedono o addirittura pretendono, dalla nazione che li ospita, il riconoscimento di diritti e di cittadinanza nonostante non abbiano alcuna intenzione di integrarsi e, talvolta, in presenza di manifesto disprezzo, ostilità e riluttanza per la cultura del paese nel quale hanno scelto di vivere o sono nati.

Sbaglia chi pensa che le migrazioni avvengano principalmente per ragioni politiche, la maggioranza degli esodi (anche quelli che fanno fulcro sul diritto d’asilo) avviene per ragioni prettamente economiche e assistenziali. Se la nazione in questione, in un delirio relativista e xenofilo che sembra affliggere molti non predispone gli strumenti necessari ad integrare queste persone, tempo una generazione, la frittata multiculturale è fatta. Il multiculturalismo (modello britannico) consente ai nuovi arrivati di conservare tradizioni e usanze spesso retrograde potendo, al tempo stesso, accedere a istruzione, welfare, servizi evoluti e molti diritti che in patria gli sarebbero preclusi. Il problema è che invece di cittadini, in questo modo si formano anticittadini: individui e gruppi privi di un’identità nazionale ma dotati di una forte identità etnica e/o religiosa in contrasto tanto con l’identità locale quanto con le altre identità di importazione.

— Possibili soluzioni

Il divieto francese a indossare in pubblico il velo integrale ha fatto scuola e giurisprudenza. In vigore dal 2011, è stato oggetto di un ricorso alla Corte Europea per i diritti umani che però lo ha rigettato, considerando legittima l’intromissione da parte dello Stato, nella vita privata e nella religione dei cittadini per “proteggere le condizioni della vita associata”. In sostanza le nazioni possono definire le regole basilari per una proficua e pacifica convivenza e interazione tra i cittadini.

— Errori comuni

Le altre nazioni europee dovrebbero prendere al balzo questa possibilità e approvare leggi che subordinino ingressi e cittadinanza all’effettiva accettazione (e non solo formale) di valori “non negoziabili”. Quelli, grosso modo, contenuti nelle Costituzioni. La tendenza sembra invece quella inversa: cioè adeguare la legislazione alle sensibilità e pretese dei nuovi arrivati.

— Conclusioni

Spesso sento dire che le diversità sono un valore e vanno rispettate. Beh, dipende! Uno dei modi migliori di rispettare le differenze consiste, però, nel saperle riconoscere e nel sapere prevedere o almeno capire quando queste possono generare incompatibilità e generare conflitti.

Se i principi insiti in alcune culture, ideologie, filosofie e religioni sono inconciliabili con quelli consolidati in Europa, lasciare entrare i portatori di queste idee e permettere loro di diffonderle liberamente rappresenta un suicidio culturale i cui epiloghi saranno drammatici.

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Umberto Bosco

Militante Lega Nord Bologna

8×1000 alle moschee, D’Alema è ignorante su Islam e Costituzione

Ieri l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, intervistato su Radio Anch’io, ha lanciato l’idea di istituire l’8×1000 anche per i musulmani affinché possano avere risorse proprie e costruire moschee. Questo, secondo il politico, aiuterebbe la formazione di un’Islam europeo più moderato perché lontano dai fondamentalismi “d’importazione”.
Forse l’Onorevole è voluto entrare a gamba tesa agli onori della cronaca lasciandosi trainare da tematiche che in questi giorni ricevono particolari attenzioni: l’Islam in Europa e il terrorismo di matrice islamista. Il personaggio vanta un curriculum di tutto rispetto: è stato Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri, Europarlamentare e Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), oggi è Presidente della Foundation of European Progressive Studies e della Fondazione di cultura politica Italianieuropei. Paradossalmente, la reputazione del politico ne esce meno compromessa se maliziosamente si pensa ad una forma di sciacallaggio politico, perché se le proposte da lui avanzate fossero qualcosa più di una boutade, queste tradirebbero una pericolosa ignoranza da parte dell’ex deputato sia sull’Islam sia sulla Costituzione italiana.
Andiamo per gradi.

1. Solo chi ha siglato l’intesa con lo Stato può ricevere l’8×1000. Lo dice la Costituzione

Come D’Alema dovrebbe sapere, l’8 per mille viene riconosciuto a quelle confessioni religiose che hanno siglato un’intesa con lo Stato (art.8 della Costituzione), e tale intesa deve essere ratificata dal Parlamento. I testimoni di Geova, per esempio, hanno siglato l’Intesa con il Governo ma tale documento non è mai stato ratificato dal Parlamento e questo impedisce loro di spartirsi l’8 per mille.
Nell’obbiettivo di raggiungere questa Intesa e mettere le mani sul gruzzolo dell’8×1000, l’Islam è molto più indietro della Congregazione dei Testimoni di Geova. Sono anni che Governi e Organizzazioni islamiche si siedono ad un tavolo nel tentativo di trovare la quadra e siglare questa intesa ma vuoi per le rivalità interne all’islam italiano, vuoi per il fatto che trovare un interlocutore unico che parli a nome dell’Islam è un problema vecchio quanto l’Islam stesso, vuoi perché il sistema legale insito nella dottrina islamica cozza con l’ordinamento costituzionale italiano, questa intesa, salvo colpi di scena, non si può fare.

2. Non serve l’8×1000 per finanziare le moschee con soldi pubblici

Sponsorizzare la costruzione di moschee con soldi pubblici è una scelta senza dubbio discutibile ma tecnicamente è già possibile. Lo si può fare attraverso gli oneri di urbanizzazione secondaria di cui dispongono i comuni. Paradosso dei paradossi, grazie alla conveniente interpretazione di alcuni magistrati, si possono finanziare anche gli edifici dei culti che non hanno siglato l’intesa.

3. Il cosiddetto Islam europeo non è più moderato e tollerante di quello d’importazione

Le moschee finanziate e quindi controllate da Governi esteri (vedi la mosche saudita di Roma e quella qatariota di Ravenna) sono indubbiamente un problema ma non è assolutamente detto che il radicalismo sia necessariamente d’importazione. La Gran Bretagna che può contate migliaia di moschee “indipendenti” non è un paese che importa estremismo. Lo esporta. Parlo di decine di teologi musulmani nati e cresciuti oltremanica che viaggiano in giro per il mondo a diffondere il verbo di Maometto.
In un contesto ormai multiculturale come quello europeo, (e questo D’Alema dovrebbe saperlo) le differenze si polarizzano, ne consegue che un musulmano europeo (che vive in una società che non celebra particolarmente i valori dell’Islam) è più praticante e ortodosso e meno elastico e tollerante rispetto ad un musulmano nato, cresciuto e rimasto in Marocco. Siamo nel 2016, le idee (anche quelle pessime e pericolose) viaggiano liberamente ovunque.
Le ragioni alla base della violenza perpetrata in nome di Allah sono da ricercare nei testi sacri all’Islam e nella biografia di Maometto, un grande saggio ma anche un violento conquistatore che rappresenta un modello da imitare per più di un miliardo di musulmani.
In Italia le comunità islamiche, almeno per ora, sono poco organizzate e molto frammentate tra di loro. In Italia si contano poche, pochissime moschee rispetto agli altri stati europei. In Italia il radicalismo islamico è molto meno sviluppato e diffuso rispetto a molti altri stati europei. Anziché seguire le orme di chi è finito nel baratro del terrorismo islamico, sarebbe il caso di ragionare su cosa in Italia stia (forse accidentalmente) funzionando meglio rispetto al resto d’Europa.
Un’Islam riconosciuto, finanziato e istituzionalizzato rappresenta davvero un antidoto alla violenza? La cronaca suggerisce di no.