Sfratto XM24:”sento puzza di marcia indietro da parte del Comune. A luglio il collettivo sarà ancora in via fioravanti!”

“Che la Giunta avesse chiuso il capitolo xm24 era semplicemente troppo bello per essere vero. Proprio per assicurarmi che le scadenze vengano rispettate e la città torni nelle disponibilità del suo immobile in via fioravanti, pochi giorni dopo l’annuncio, presentai un odg con il quale impegno la Giunta a non concedere deroghe all’xm24, pianificando con largo anticipo lo sgombero che si preannuncia “problematico”. Il totale silenzio dei colleghi del PD (gli stessi che hanno deciso di rinviare per approfondimenti in commissione, il testo proposto in aula), unito a risposte vaghe e generiche da parte degli assessori Malagoli e Gambarelli mi portano a sospettare una marcia indietro. Nessuna ammissione formarle da parte della Giunta ma scommetterei una bella cifra che il giorno dopo la scadenza, il collettivo sarà ancora lì.”

Velo libera scelta?

Velo libera scelta?

Il mio intervento in aula sul velo islamico

Pubblicato da Umberto Bosco su Martedì 4 aprile 2017

La notizia è circolata con una certa insistenza nelle varie testate giornalistiche ed è stata ampiamente commentata da esperti ed esponenti politici di caratura locale e nazionale. I contorni e la veridicità del racconto sono ancora oggetto delle necessarie verifiche quindi eviterò di addentrarmi e di commentare la vicenda nello specifico.

Però episodi come questo, una volta depositato il polverone mediatico, necessitano un’attenta riflessione nonostante la tematica sia tra le più polarizzanti.

Dobbiamo prendere atto della realtà e ragionare insieme su quali soluzioni adottare per la nostra società.

Dobbiamo prendere atto che ci sono persone che scelgono di vivere qui nonostante provino un forte disprezzo per i valori di questa società.

Dobbiamo prendere atto che la presenza di queste persone non è equamente ripartita tra i vari gruppi etnici, ci sono culture di provenienza più simili o più conciliabili rispetto ad altre.

Dobbiamo prendere atto che alcune persone hanno il terrore di veder crescere i loro figli in seno ai valori di questa società, terrore che sovente si traduce in violenza e talvolta sfocia in omicidio.

Dobbiamo prendere atto di quanto sia limitato l’attuale margine d’azione delle istituzioni, provate a immaginare a quante ragazze, cresciute qua, ai primi segni di occidentalizzazione siano state spedite in bangladesh o in pakistan per essere riportate sui rispettivi binari culturali e magari costrette a un matrimonio combinato.

Dobbiamo prendere atto che per ogni Fatima che si ribella e finisce sul giornale ci sono migliaia di ragazze che si piegano alle imposizioni familiari e culturali.

Dobbiamo prendere atto che la violenza non è solo fisica, certe culture sono talmente intolleranti, talmente tradizionaliste, talmente chiuse che chi osa lasciarsi inquinare dalla cultura locale rischia seriamente di essere stigmatizzato ed emarginato dalla stessa famiglia e dalla stessa comunità nella quale è cresciuta.

Dobbiamo prendere atto che in questi casi le istituzioni sono pressoché impotenti.

Dobbiamo prendere atto che questi fattori rappresentano un forte deterrente all’integrazione.

e Dobbiamo prendere atto che la mancata integrazione, che avvenga per scelta deliberata o costrizione, rappresenta un fallimento per questa società perché chi non si integra è condannato a vivere in un’altra società; una società parallela che più passa il tempo più diventa chiusa, più diventa intollerante.

Dobbiamo ammettere, e rompo il ghiaccio facendolo per primo, che l’imperialismo culturale e l’etnocentrismo ci impediscono di capire e di governare la società di domani ma dobbiamo anche ammettere, e qua l’appello attraversa la sala, che anche il relativismo culturale è un ostacolo.

Aspettarsi che diverse culture, portatrici di valori tra loro antitetici, possano condividere pacificamente negli stessi spazi sociali è un’idea, per quanto romantica, irrealizzabile. Talvolta l’incontro tra culture è proficuo, altre volte conflittuale, talvolta produce progresso, altre volte involuzione. Saper distinguere, prevedere e governare questi diversi scenari è una delle sfide cruciali per il futuro.

Indossare il velo può essere una libera scelta.

Sono stato fidanzato per anni con una ragazza che il velo lo ha messo per scelta, nonostante i genitori, musulmani, glielo sconsigliassero.

Ma il fatto che una scelta possa essere libera, non significa che generalmente lo sia.

E’ davvero libera una scelta se il rifiuto della stessa conduce alla stigmatizzazione? All’emarginazione sociale?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo in un contesto dove l’ortodossia viene esaltata e l’anticonformismo demonizzato?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se i casi di imposizione spuntano regolarmente?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se fin da piccole si viene abituate a indossarlo?

Se imam e genitori ti dicono per essere una vera musulmana, lo devi indossare?

I racconti di molte, troppe ragazze, che da queste imposizioni, religiose o culturali che siano, si affrancano suggerirebbero di no.

Per questo mi piange il cuore quando sento paragonare il divieto di indossare il velo, all’obbligo di indossarlo.

Primo perché in molti stati a maggioranza islamica, il velo, quello integrale, è vietato.

Secondo perché i più fortunati e riusciti tentativi di modernizzazione e secolarizzazione avvenuti in contesti a maggioranza islamica sono passati anche dal divieto di indossare qualsiasi tipo di velo.

La cultura e il progresso, talvolta, vanno imposti. Altrimenti tanto vale mettere in discussione anche la scuola dell’obbligo.

Per queste ragioni presento un’odg. Non chiedo la trattazione immediata. Si tratta di un testo già molto conciliante, aperto ad eventuali modifiche. Che condividiate o meno queste mie riflessioni vi invito a leggerlo con attenzione perché è il genuino tentativo di avviare un confronto costruttivo su un tema molto molto spinoso.

Grazie

Velo islamico, Bosco (LN): “chi ancora parla di libera scelta, il velo lo ha sugli occhi”

Anche se particolarmente timida e più restia di altre a sgomitare o alzare la voce per rivendicare spazi e diritti, quella bengalese resta una comunità molto chiusa, tradizionalista e intollerante. Chi frequenta esponenti di altre comunità o, peggio, adotta stili di vita occidentali viene stigmatizzato ed emarginato. Un atteggiamento culturale che da sempre caratterizza alcune comunità ma di cui ci accorgiamo solo al verificarsi di episodi eclatanti, spesso di cronaca nera. Mi auguro che questo episodio faccia risvegliare le coscienze di chi si ostina che a sognare di poter integrare chi disprezza i valori fondamentali della nostra società.
Che i sedicenti rappresentanti delle comunità islamiche si arrampichino sugli specchi per spacciare quella sul velo come una libera scelta è, tutto sommato, comprensibile e coerente con l’agenda politica di chi vuole sdoganare la cultura islamica come compatibile con i valori occidentali. Che una lunga schiera di politici e intellettuali prenda questa lettura come plausibile è però meno comprensibile e ben più preoccupante. Il velo nasce come strumento di “modestia sessuale”, una funzione che è rimasta pressoché invariata nei secoli a fronte dell’immutata criminalizzazione della fornicazione e della diffusa idea che le femmine necessitino sempre di un guardiano (padre, fratello o marito). Indossare il velo, è vero, può essere oggetto di una libera scelta ma molto di rado lo è davvero. Il condizionamento che molti giovani subiscono da parte della famiglia e della comunità etnica di riferimento è un elemento troppo spesso sottovalutato e ancora più spesso tollerato dalle istituzioni, più attente a restare dentro i canoni relativisti del politicamente corretto rispetto ad affrontare e risolvere un problema dilagante. Per ogni ragazza come Fatima, che si ribella alle imposizioni familiari, ce ne sono migliaia che cedono alle pressioni, che si adeguano. Sul piatto non ci sono solo le violenze fisiche che, con i dovuti limiti, le istituzioni sono in grado di affrontare, punendo i responsabili e allontanando le vittime. Un importante deterrente è rappresentato anche dalla minaccia di emarginazione sociale. Chi sceglie stili di vita difformi dal “gregge” viene allontanata perdendo amici e parenti, così molte ragazze “scelgono” di chinare e di coprire il capo. Presto o tardi se ne faranno una ragione fino al convincersi che sia meglio così, magari spingendosi ad accettare un matrimonio combinato, condannando a sua volta le sue figlie a vivere il medesimo copione.
Per queste ragioni mi auguro che i servizi sociali consentano a Fatima di rifarsi una vita lontano da una famiglia e da un comunità capaci solo di soffocare la sua personalità comprimendo la sua libertà.

Umberto Bosco
Consigliere Lega Nord
Comune di Bologna

Labàs, Bosco (LN): “il Comune ignora i reati annunciati da Labàs”

Come annunciato con largo anticipo sui social network, oggi sono partiti i lavori di “decorazione” dei muri esterni dell’ex-caserma Masini, da anni occupata da Labàs. Esattamente una settimana fa, lunedì 20 marzo, ho annunciato in Consiglio comunale le intenzioni del collettivo per oggi e domani e ho contestualmente presentato un odg per sollecitare il pronto intervento del Comune a tutela della legalità. Il capogruppo del PD, Claudio Mazzanti, si è opposto alla trattazione dell’odg, appellandosi al fatto che Giunta era già al corrente del tutto e che si sarebbe comportata di conseguenza. Le foto che oggi mi sono giunte suggeriscono che il comportamento assunto sembra essere l’inerzia.

Personalmente sono un grande estimatore della street art e ritengo che sia preciso dovere istituzionale tutelare le opere d’arte presenti in città, indipendentemente da come e da chi sono state realizzate. Tra i doveri di un’amministrazione c’è però anche quello di tutelare la legalità. Chi, dotato o meno di talento, si appresta a imbrattare o decorare il muro di qualcun altro, dovrebbe quanto meno farlo di nascosto! A Bologna il senso di impunità è invece così diffuso che gli interessati possono tranquillamente annunciare le proprie intenzioni, certi che nessuno li punirà. Non vedo l’ora di ammirare il lavoro svolto dai writers arrivati in città per l’occasione ma non posso che rammaricarmi per il fatto che la stessa o simile iniziativa si sarebbe potuta organizzare all’insegna della legalità come avvenuto in diverse occasioni, come il ponte di via stalingrado o il mercatino di via albani.

Umberto Bosco
Consigliere Lega Nord – Comune di Bologna

Barriere anticamion in Bolognina, Bosco (LN): “Giunta schizofrenica su sicurezza”

L’idea di estendere le misure a protezione della folla anche a eventi organizzati al di fuori del centro storico ha una sua ratio. Chi organizza attentati ha l’imbarazzo della scelta e ogni luogo di aggregazione è un potenziale bersaglio. Quella che invece appare completamente priva di senso, è l’idea che la dispendiosa istallazione delle barriere anticamion debba essere a carico degli esercenti che già sostengono ingenti costi per l’organizzazione di notti bianche, feste di strada e iniziative simili. Che tale idea provenga dalla stessa Giunta che ha fortemente criticato l’ipotesi che gli esercenti della Bolognina si rivolgano ad agenzie di vigilanza privata a compensazione delle evidenti carenze dimostrate dalle istituzioni, fa assumere alla vicenda i contorni dell’assurdo. Per queste ragioni, ho depositato una domanda d’attualità con la quale chiedo alla Giunta di fare chiarezza. Se la notizia dovesse trovare conferma, diverse iniziative diventerebbero economicamente insostenibili e rischierebbero di saltare, restituendo aree come la Bolognina al degrado dal quale, anche grazie all’impegno di molti esercenti, cerca, con fatica, di uscire.

Umberto Bosco, consigliere Lega Nord, Comune di Bologna

Party e street art al Labas, Bosco (LN): “per il PD la legalità è un valore rimandabile”.

La reazione delle istituzioni ai disagi generati dal rave party organizzato nel weekend presso l’ex Caserma Pezzotti è stata vergognosamente tardiva. Solo nella mattinata di domenica l’area è stata sgomberata. Eventi come questi sono organizzati con ampio anticipo e pubblicizzati online, chiunque, se vuole, può sapere dove e quando il rave party sarà organizzato, compresa l’Amministrazione comunale. La sensazione che si ha, sia che queste iniziative le si frequenti sia che le si subisca, è quella di una città dove una certa illegalità è regolarmente tollerata al punto che la stessa viene tranquillamente annunciata pubblicamente. L’ennesimo caso del genere è quello del Labàs che la prossima settimana organizzerà una due giorni di musica e street art dove si prevede la decorazione anche dei muri esterni all’ex-caserma. Decorazione che non mi risulta essere stata concordata con la proprietà. Personalmente non sono contrario alla street art, anzi, spesso rappresenta decoro urbano che contrasta il degrado urbano.
Ma la legalità deve restare un paletto fisso, non negoziabile. Chi agisce nell’illegalità, anche se per ragioni lodevoli e condivisibili, deve essere pronto e disposto ad affrontarne le conseguenze e spetta alle istituzioni far rispettare queste regole. Per evitare che la Giunta comunale finga, ancora una volta, di essere colta impreparata da un evento estemporaneo, ho presentato un odg con il quale ho dapprima segnalato l’evento organizzato da Labàs per poi sollecitare l’intervento dell’Amministrazione a tutela della legalità. Inutili gli appelli rivolti al PD, il testo è stato prontamente rinviato in commissione dove sarà discusso mesi dopo i festeggiamenti.

Umberto Bosco
Consigliere Lega Nord – Comune di Bologna
Palazzo d’Accursio, Piazza Maggiore 6 – 40124 Bologna
051.2193151 – www.umbertobosco.it – umberto.bosco@comune.bologna.it

Merola attacca Dire, Lega Nord: “Dal Sindaco inaccettabile ricatto”

“I servizi erogati dall’agenzia Dire in forza del contratto stipulato dal Comune – dichiara Umberto Bosco, consigliere comunale della Lega Nord a Bologna – sono destinati a tutte le forze politiche presenti in Consiglio comunale. La velata minaccia del Sindaco di revocare il contratto in essere a seguito di un “titolo a lui sgradito” è figlia di un’arroganza e di una prepotenza semplicemente inaccettabili.”
“La Giunta – spiega la Capogruppo Paola Francesca Scarano – aveva già cercato di “disfarsi” dell’Agenzia proponendo di delegare le comunicazioni istituzionali del Consiglio allo stesso staff che lavora per il Sindaco. Un colpo di mano che in Riunione dei capigruppo siamo riusciti a disinnescare poiché avrebbe compromesso sia l’imparzialità delle comunicazioni istituzionali. specie delle forze di minoranza, sia per le scarse capacità dimostrate dallo staff che, nonostante i supercompensi, non riesce a scongiurare i frequenti scivoloni del primo cittadino.”
“Per queste ragioni – concludono i consiglieri leghisti – presenteremo presto un odg con il quale il Consiglio rinnova l’apprezzamento per l’operato dell’Agenzia e impegna il primo cittadino a scusarsi per l’indebita ingerenza operata a danno tanto della libertà di stampa quanto dell’imparzialità e autonomia del Consiglio comunale.”

Se criticare l’Islam diventasse illegale

Nei paesi anglofoni la chiamano “Jihad by court”, cioè la guerra santa per via legali. È la pratica attraverso la quale con azioni legali o la minaccia di esse si cerca di limitare il criticismo nei confronti dell’Islam, di Maometto e dei musulmani in genere. In alcuni paesi è già una realtà, nel Regno Unito, ad esempio, un candidato alle elezioni europee è stato arrestato per aver letto in pubblico alcune citazioni di Wiston Churchill su Maometto e sull’Islam (guarda il video).
In Italia non si è (per ora) al corrente di sentenze che condannano qualcuno per aver criticato un’ideologia, una religione o un personaggio storico ma la legge Mancino concede alle toghe un’enorme e pericolosissima discrezionalità. La legge 25 giugno 1993, n. 205 introduce severe punizioni per la discriminazione, l’odio e la violenza perpetrati per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Si noti che la legge non menziona i motivi politici, per cui discriminare le idee politiche di qualcuno è lecito ma se le stesse identiche idee si barricano dietro il paravento un’ideologia religiosa, la stessa discriminazione può rappresentare un reato penale. In merito alla violenza nulla da eccepire salvo che le leggi che puniscono i violenti già esistono e con leggi come la Mancino si creano vittime di serie A e di serie B. Tirare un ceffone ad una donna per ragioni sessiste o ad un gay per ragioni omofobe, per esempio, oggi è meno grave di tirare un ceffone ad un ragazzo di colore per motivi razziali o a un musulmano/ebreo/cristiano per ragioni religiose. La legge crea quindi un sottostrato dove potrebbe facilmente attecchire anche il reato di “islamofobia”, termine del quale sempre più esponenti politici ed istituzionali si riempiono la bocca.
Il capitolo islamofobia merita un approfondimento. Per cominciare è necessario precisare che praticamente ogni paese a maggioranza islamica ha legiferato in materia di “sensibilità religiosa” introducento pene anche molto severe per chi osa criticare Allah, l’Islam e Maometto. Quando esponenti della sinistra europea chiedono l’introduzione del reato di islamofobia, probabilmente la intendono come una forma di tutela per una minoranza ma è ragionevole pensare che quando le organizzazioni islamiche avanzano simili pretese, abbiano in mente la severa intransigenza che caratterizza i paesi islamici. Come avviene per molti neologismi, anche il significato di “islamofobia” è molto suscettibile a variazioni. Per qualcuno “islamofobia” va intesa come la promozione dell’odio e l’incitamento alla violenza nei confronti dei musulmani, per altri vi rientra ogni tipo di attacco (anche intellettuale o satirico) alle idee che l’Islam racchiude in se. Visti il grande senso comunitaristico che caratterizza la ummah (la comunità globale dei credenti) e la spietata venerazione per la figura di Maometto, ogni critica ad esso e alla religione che ha fondato, è comunemente considerata quale insulto collettivo che legittima, almeno a parole, una ritorsione anche violenta, nel solco, appunto degli insegnamenti del profeta.
Nei primi anni del nuovo millenio era molto attiva la Lega Islamica Antidiffamazione che era solita mandare valanghe di diffide e rilasciare comunicati e censure su comportamenti “lesivi” della sensibilità dei musulmani. Stando a quanto google indicizza, l’organizzazione, almeno in Italia non è più molto attiva. Molto attivo sul fronte islamofobia è da tempo Luca Bauccio, già avvocato della famiglia di Abu Omar nonché dell’UCOII. Bauccio si è occupato di diverse cause, alcune delle quali intentate nei confronti di Magdi Allam e di Suad Sbai.
A intentare una delle azioni legali più impavide è stato l’anno scorso Adnani Kadmiri, socio fondatore del Tavolo Interreligioso di Cremona, presidente dell’associazione La Fratellanza Soresinese e segretario generale dell’associazione Assalam che ha deciso di querelare, in qualità di suo diretto discendente (non è ben chiaro come la cosa possa essere dimostrata), Magdi Allam per aver definito Maometto come un lurido assassino sanguinario. Le chance che un caso del genere si traduca in una effettiva condanna non sono molte ma se un giudice distratto o molto politicizzato dovesse esprimersi a favore del querelante si creerebbe un precedente molto pericoloso che rischierebbe di compromettere la piena applicazione dei diritti costituzionali in materia di libertà di espressione. Resta che una tempesta di querele basate sul nulla ma ben redatte può ridurre sul lastrico e quindi al silenzio il più attento e corretto dei commentatori e a molte organizzazioni islamiche non mancano certo le risorse.
Escludendo i musulmani dall’equazione, sui piani ideologico, politico e propagandistico norme come la legge Mancino fanno leva sulla spiccata propensione delle democrazie occidentali a tutelare le minoranze e a stigmatizzare ogni forma di razzismo e discriminazione. Una tendenza assolutamente condivisibile ma negli ultimi anni ha subito una pericolosa degenerazione che, in parte, ne ha stravolto i principi cardine. Si è arrivati in molto casi a estendere la protezione e la tutela delle minoranze alle idee e alle sensibilità che dette minoranze detengono o rivendicano, stigmatizzando altresì chi esprime giudizi negativi, critica o sbeffeggia tali idee. Il modello pluralista, vanto delle moderne democrazie occidentali e che prevede lo scontro/confronto di idee al fine di far emergere quelle migliori, viene scalzato dal modello multiculturalista e relativista dove ogni gruppo può rivendicare, in forza della propria appartenenza etnica e/o religiosa, la propria rispettiva insindacabile verità, diventando, al tempo stesso, impermeabile a qualsiasi sollecitazione o critica provenienti dall’esterno del gruppo.
Sarebbe auspicabile che gli intellettuali occidentali utilizzassero quel poco di influenza culturale e politica che ancora rimane loro per rimarcare che, le persone sono detentrici di diritti, non le idee. E se per qualcuno è inaccettabile veder le proprie convinzioni e certezze attaccate o derise, beh, questo qualcuno non è adatto a vivere in una democrazia e dovrebbe migrare verso altri lidi.

Karl Popper ci aveva avvertito:

La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.

La sinistra europea e i liberal americani applicano alla lettera questa massima quando si tratta di attaccare gli oppositori politici che vengono spesso criminalizzati e delegittimati come interlocutori. Allo stesso tempo, forse accecati dalla romantica idea del melting pot e dal senso di colpa postcoloniale, sono completamente passivi, per non dire correi, nei confronti degli intolleranti d’importazione.
Se fossero furbi e razionali, i liberal userebbero quella che loro considerano essere l’intolleranza autoctona contro quella forestiera, a vantaggio della tolleranza in generale ma, a giudicare dall’epilogo delle ultime elezioni americane, possiamo escludere categoricamente l’ipotesi.

Occupazione uffici regionali da parte del CUA, Bosco (LN): “Denunciare organizzatori”

Quello della Gualmini non è un servizio pubblico che ci piace particolarmente ma servizio pubblico rimane. È ora di mettere un freno all’arroganza e alla prepotenza del CUA, mi aspetto quindi che i responsabili siano identificati e denunciati per interruzione di pubblico servizio, uno dei pochi reati sopravvissuti alla depenalizzazione selvaggia da parte del centrosinistra.
Mi auguro che la magistratura faccia la sua parte, applicando agli organizzatori la massima pena prevista dal Codice Penale: 5 anni.
Solo una condanna esemplare può fungere da vero deterrente, sanzioni e condanne lievi non spaventano nessuno, al contrario, sono oggetto di vanto per questi teppisti.

Cosa c’è dietro le moschee aperte ai cristiani

Il dialogo interreligioso come strumento per combattere il terrorismo. Questo in sintesi l’obiettivo che si è dato Foad Aodi, presidente delle Comunità Arabe in Italia e promotore dell’evento.

L’idea che questa iniziativa possa scongiurare il ripetersi di attentati è quanto meno azzardata. Per i militanti dell’isis, i musulmani che non ingaggiano la guerra santa sono indegni quanto ebrei e cristiani. Quella di demusulmanizzare i musulmani con i quali si è in disaccordo è una diffusa pratica utile a rendere halal (lecita) la violenza nei loro confronti. Non a caso la maggior parte delle vittime dell’isis sono proprio musulmane. Far accedere dei kafir (infedeli) all’interno delle “sacre” mura di una moschea ha più chance di indispettire potenziali terroristi piuttosto che quella di disinnescare le loro violente ambizioni. L’iniziativa ha senza dubbio fatto presa sui più ingenui e ottimisti, credenti o meno ma ad un osservatore più disilluso non dovrebbero sfuggire alcune dietrologie.

1. La quasi sconosciuta associazione delle Comunità arabe d’Italia. Il suo presidente ha senza dubbio trovato il modo di far parlare di sé entrando a gamba tesa nell’olimpo delle organizzazioni che in modo del tutto autoreferenziale millantano di rappresentare questa o quella comunità o minoranza.
2. La moschea saudita di Roma non ha aderito. Tecnicamente non hanno declinato l’invito, semplicemente non hanno risposto nonostante i numerosi solleciti. Un atteggiamento che suggerisce come l’iniziativa di Aodi non sia piaciuta nemmeno al regno saudita che controlla la grande moschea della Capitale. Ancora una volta le moschee sono il terreno di scontro politico tra nazioni o sette. Anche il principale centro islamico di Milano, quello di Viale Jenner ha disertato l’iniziativa.
3. Solo il terrorismo? Che il terrorismo islamista sia una piaga è qualcosa sul quale concordano anche moltissimi musulmani, persino diversi islamisti secondo i quali l’uccisione di innocenti rallenterebbe il processo di islamizzazione in corso. In molti però rimarrebbero sorpresi di scoprire come gli obiettivi politici dei tagliagole non siano così diversi da quelli dei loro pii e pacifici detrattori.
4. Perché invitare solo i cristiani? Un prete è stato sgozzato in chiesa dai militanti dell’isis e questo ha portato la Chiesa cattolica a invitare altri musulmani in chiesa. Una sorta di “porgiamo l’altra giugulare”. Ora siamo arrivati a invitare i cristiani in moschea. Perché? Ma soprattutto perché solo loro? Perché non invitare altre categorie? Per esempio: le associazioni di metallari (Bataclan), le associazioni per la libertà d’espressione (Charlie Hebdo). Gli ebrei (attacchi a sinagoghe e negozi kosher), le associazioni dei turisti (Nizza) ecc. Perché solo i cristiani?

Secondo me quello in corso è il tentativo, da parte delle organizzazioni islamiche, di stipulare un sodalizio con le gerarchie cattoliche nella speranza che queste giochino un ruolo di mediazione e favoriscano il riconoscimento istituzionale della religione islamica che, ad oggi, è priva di un’intesa con lo Stato. Non è un caso che a Bologna la comunità islamica non chieda la moschea ma il Sindaco di centrosinistra e il Vescovo premano per dargliela lo stesso.