Velo islamico in tribunale, Bosco (LN): “Della sicurezza del giudice non parla nessuno”

La vicenda accaduta al TAR ha sollevato, com’è normale che sia, le reazioni di politici, giornalisti e intellettuali. Le posizioni vanno dall’accusa di razzismo al plauso per l’imparzialità del giudice. Il dibattito sulla libertà religiosa si è riacceso e, come sempre, si sono formati due schieramenti, da una parte chi sostiene che regole debbano adattarsi alle diverse sensibilità culturali e religiose e dall’altra parte chi (come me) ritiene che in una società le regole debbano essere applicate a tutti, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali come recita l’articolo 3 della Costituzione. Rimando volentieri ad altri la disquisizione circa l’opportunità e la liceità di invitare la ragazza a togliersi il velo o lasciare l’aula di tribunale per concentrarmi su un aspetto pericolosamente tralasciato da tutti gli intervenuti che ho avuto il piacere di leggere, cioè la sicurezza del giudice. Le generalità della toga sono state rese note con una leggerezza imperdonabile. Indipendentemente dalle opinioni circa la libertà religiosa, non possiamo e non dobbiamo dimenticare che tante persone sono state uccise da musulmani intenti a vendicare o punire una presunta mancanza di rispetto nei confronti della religione islamica e dei suoi simboli, nei quali rientra a pieno titolo anche il velo. Se domani un seguace di Maometto particolarmente esaltato (che non vuol dire squilibrato) decidesse di vendicare la ragazza e aggredisse il giudice, potremmo davvero dirci sorpresi dell’accaduto? Le vicende di Charlie Hebdo, Teo Van Gogh e delle vignette danesi sono solo alcuni esempi di un fenomeno estremamente preoccupante, ma quando leggo sui giornali il nome del giudice realizzo che il rifiuto o l’incapacità di prendere coscienza di un fenomeno può essere ben più preoccupante del fenomeno stesso.

Ragazza rasata dai genitori, Bosco (LN): “Bene la condanna ma bisogna scongiurare un rimpatrio forzato della minore”

Sono stupito dall’assoluzione del padre attendo di poter leggere le motivazioni della sentenza prima di commentarle. La famiglia chiede il ritorno a casa della minore ma, nel caso in cui il tribunale dei minori accolga la richiesta dei genitori, che garanzie abbiamo che la ragazza non venga rispedita in patria per un matrimonio combinato? Il Comune ha fatto bene a costituirsi parte civile ma è molto più importante vigilare sul futuro della giovane: il rischio di un matrimonio combinato nel paese d’origine dei genitori non va sottovalutato.

Velo libera scelta?

Velo libera scelta?

Il mio intervento in aula sul velo islamico

Pubblicato da Umberto Bosco su Martedì 4 aprile 2017

La notizia è circolata con una certa insistenza nelle varie testate giornalistiche ed è stata ampiamente commentata da esperti ed esponenti politici di caratura locale e nazionale. I contorni e la veridicità del racconto sono ancora oggetto delle necessarie verifiche quindi eviterò di addentrarmi e di commentare la vicenda nello specifico.

Però episodi come questo, una volta depositato il polverone mediatico, necessitano un’attenta riflessione nonostante la tematica sia tra le più polarizzanti.

Dobbiamo prendere atto della realtà e ragionare insieme su quali soluzioni adottare per la nostra società.

Dobbiamo prendere atto che ci sono persone che scelgono di vivere qui nonostante provino un forte disprezzo per i valori di questa società.

Dobbiamo prendere atto che la presenza di queste persone non è equamente ripartita tra i vari gruppi etnici, ci sono culture di provenienza più simili o più conciliabili rispetto ad altre.

Dobbiamo prendere atto che alcune persone hanno il terrore di veder crescere i loro figli in seno ai valori di questa società, terrore che sovente si traduce in violenza e talvolta sfocia in omicidio.

Dobbiamo prendere atto di quanto sia limitato l’attuale margine d’azione delle istituzioni, provate a immaginare a quante ragazze, cresciute qua, ai primi segni di occidentalizzazione siano state spedite in bangladesh o in pakistan per essere riportate sui rispettivi binari culturali e magari costrette a un matrimonio combinato.

Dobbiamo prendere atto che per ogni Fatima che si ribella e finisce sul giornale ci sono migliaia di ragazze che si piegano alle imposizioni familiari e culturali.

Dobbiamo prendere atto che la violenza non è solo fisica, certe culture sono talmente intolleranti, talmente tradizionaliste, talmente chiuse che chi osa lasciarsi inquinare dalla cultura locale rischia seriamente di essere stigmatizzato ed emarginato dalla stessa famiglia e dalla stessa comunità nella quale è cresciuta.

Dobbiamo prendere atto che in questi casi le istituzioni sono pressoché impotenti.

Dobbiamo prendere atto che questi fattori rappresentano un forte deterrente all’integrazione.

e Dobbiamo prendere atto che la mancata integrazione, che avvenga per scelta deliberata o costrizione, rappresenta un fallimento per questa società perché chi non si integra è condannato a vivere in un’altra società; una società parallela che più passa il tempo più diventa chiusa, più diventa intollerante.

Dobbiamo ammettere, e rompo il ghiaccio facendolo per primo, che l’imperialismo culturale e l’etnocentrismo ci impediscono di capire e di governare la società di domani ma dobbiamo anche ammettere, e qua l’appello attraversa la sala, che anche il relativismo culturale è un ostacolo.

Aspettarsi che diverse culture, portatrici di valori tra loro antitetici, possano condividere pacificamente negli stessi spazi sociali è un’idea, per quanto romantica, irrealizzabile. Talvolta l’incontro tra culture è proficuo, altre volte conflittuale, talvolta produce progresso, altre volte involuzione. Saper distinguere, prevedere e governare questi diversi scenari è una delle sfide cruciali per il futuro.

Indossare il velo può essere una libera scelta.

Sono stato fidanzato per anni con una ragazza che il velo lo ha messo per scelta, nonostante i genitori, musulmani, glielo sconsigliassero.

Ma il fatto che una scelta possa essere libera, non significa che generalmente lo sia.

E’ davvero libera una scelta se il rifiuto della stessa conduce alla stigmatizzazione? All’emarginazione sociale?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo in un contesto dove l’ortodossia viene esaltata e l’anticonformismo demonizzato?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se i casi di imposizione spuntano regolarmente?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se fin da piccole si viene abituate a indossarlo?

Se imam e genitori ti dicono per essere una vera musulmana, lo devi indossare?

I racconti di molte, troppe ragazze, che da queste imposizioni, religiose o culturali che siano, si affrancano suggerirebbero di no.

Per questo mi piange il cuore quando sento paragonare il divieto di indossare il velo, all’obbligo di indossarlo.

Primo perché in molti stati a maggioranza islamica, il velo, quello integrale, è vietato.

Secondo perché i più fortunati e riusciti tentativi di modernizzazione e secolarizzazione avvenuti in contesti a maggioranza islamica sono passati anche dal divieto di indossare qualsiasi tipo di velo.

La cultura e il progresso, talvolta, vanno imposti. Altrimenti tanto vale mettere in discussione anche la scuola dell’obbligo.

Per queste ragioni presento un’odg. Non chiedo la trattazione immediata. Si tratta di un testo già molto conciliante, aperto ad eventuali modifiche. Che condividiate o meno queste mie riflessioni vi invito a leggerlo con attenzione perché è il genuino tentativo di avviare un confronto costruttivo su un tema molto molto spinoso.

Grazie

Velo islamico, Bosco (LN): “chi ancora parla di libera scelta, il velo lo ha sugli occhi”

Anche se particolarmente timida e più restia di altre a sgomitare o alzare la voce per rivendicare spazi e diritti, quella bengalese resta una comunità molto chiusa, tradizionalista e intollerante. Chi frequenta esponenti di altre comunità o, peggio, adotta stili di vita occidentali viene stigmatizzato ed emarginato. Un atteggiamento culturale che da sempre caratterizza alcune comunità ma di cui ci accorgiamo solo al verificarsi di episodi eclatanti, spesso di cronaca nera. Mi auguro che questo episodio faccia risvegliare le coscienze di chi si ostina che a sognare di poter integrare chi disprezza i valori fondamentali della nostra società.
Che i sedicenti rappresentanti delle comunità islamiche si arrampichino sugli specchi per spacciare quella sul velo come una libera scelta è, tutto sommato, comprensibile e coerente con l’agenda politica di chi vuole sdoganare la cultura islamica come compatibile con i valori occidentali. Che una lunga schiera di politici e intellettuali prenda questa lettura come plausibile è però meno comprensibile e ben più preoccupante. Il velo nasce come strumento di “modestia sessuale”, una funzione che è rimasta pressoché invariata nei secoli a fronte dell’immutata criminalizzazione della fornicazione e della diffusa idea che le femmine necessitino sempre di un guardiano (padre, fratello o marito). Indossare il velo, è vero, può essere oggetto di una libera scelta ma molto di rado lo è davvero. Il condizionamento che molti giovani subiscono da parte della famiglia e della comunità etnica di riferimento è un elemento troppo spesso sottovalutato e ancora più spesso tollerato dalle istituzioni, più attente a restare dentro i canoni relativisti del politicamente corretto rispetto ad affrontare e risolvere un problema dilagante. Per ogni ragazza come Fatima, che si ribella alle imposizioni familiari, ce ne sono migliaia che cedono alle pressioni, che si adeguano. Sul piatto non ci sono solo le violenze fisiche che, con i dovuti limiti, le istituzioni sono in grado di affrontare, punendo i responsabili e allontanando le vittime. Un importante deterrente è rappresentato anche dalla minaccia di emarginazione sociale. Chi sceglie stili di vita difformi dal “gregge” viene allontanata perdendo amici e parenti, così molte ragazze “scelgono” di chinare e di coprire il capo. Presto o tardi se ne faranno una ragione fino al convincersi che sia meglio così, magari spingendosi ad accettare un matrimonio combinato, condannando a sua volta le sue figlie a vivere il medesimo copione.
Per queste ragioni mi auguro che i servizi sociali consentano a Fatima di rifarsi una vita lontano da una famiglia e da un comunità capaci solo di soffocare la sua personalità comprimendo la sua libertà.

Umberto Bosco
Consigliere Lega Nord
Comune di Bologna

I musulmani “moderati” ci sono ma non se li fuma nessuno…

Sul Carlino di oggi c’è un interessante articolo che tratta dell’elezione nel consiglio comunale di Sumaya Abdel Qader ma principalmente della mancata elezione di Maryan Ismail. Entrambe donne, entrambe musulmane, entrambe candidate in Consiglio comunale a Milano, entrambe nella lista del Partito Democratico. La prima ha preso 1016 preferenze ed è stata eletta, la seconda solamente 326 ed è rimasta fuori dal consiglio meneghino.

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A seguito del mancato successo, Maryan ha deciso di dimettersi dal PD lamentandosi di come il Partito abbia deciso di non supportarla, nonostante anni di militanza e lavoro, per puntare su Sumaya, outsider vicina al Caim e all’UCOII.

La candidata perdente rappresenta a mio avviso una vera progressista di sinistra la cui storia politica e personale è stata caratterizzata dalla lotta all’Islam politico e senza dubbio la sua decisione di abbandonare il partito di Renzi è figlia, oltre che della delusione, anche della coerenza. La forza politica nella quale ha creduto e lavorato per anni, ha deciso di puntare verso una rappresentante, Sumaya, tutt’altro che progressista e laica.

Non posso che dirmi dispiaciuto per Maryan e per Milano, sarebbe stato senza dubbio preferibile eleggere una progressista anziché una tradizionalista ma il risultato delle elezioni milanesi fornisce degli elementi empirici che ci consentono un’analisi molto più precisa dell’elettorato musulmano e della strategia politica sostenuta PD quando si tratta di Islam.

  1. I progressisti riformisti, persone capaci (non so come) di conciliare la fede nell’Islam e i valori democratici, liberali e pluralisti esistono ma non sono molto rappresentativi.
  2. I musulmani tradizionalisti e conservatori hanno molto più seguito, sono organizzati e finanziati.
  3. Per il PD la rappresentatività (CAIM e UCOII) è più importante della laicità.

Sul piano intellettuale, i musulmani progressisti sono portatori di valori in completa antitesi tra loro. Nella loro testa è possibile conciliare i valori dell’Islam con quelli delle moderne società: democrazia, libertà, individualismo, laicità, tolleranza, pluralismo. La storia antica e quella contemporanea ci insegna però che una simile commistione di valori, oltre ad essere molto improbabile, è anche poco duratura. Persone come Maryan sono motivate dalle migliori intenzioni ma sono ignare di essere parte del problema: l’esistenza di sedicenti musulmani che abbracciano e combattono per l’affermazione di valori moderni rafforza l’idea che l’Islam e detti valori siano in qualche modo compatibili. Una pia illusione nel quale anche molti europei si gongolano perché la realtà è troppo spaventosa.

La svolta di Francesco sull’Islam

Mi chiedo perché i vertici del clero cattolico si prendano la briga di rimarcare le analogie tra Corano e Vangelo.

Forse i porporati vedono, nei seguaci di Maometto, utili alleati per invertire la rotta laica che l’Europa ha intrapreso secoli fa.

Francesco, come il Vescovo Zuppi farebbe bene a rileggere il Corano. Certi passaggi sono molto chiari e suggeriscono di evitare certe alleanze.

Corano 5:51

O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, essi sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti.

papa

Donne libere e donne schiave

Quella che vedete è una comparazione che spiega più di mille parole la dignità della donna occidentale (a sinistra) e della donna, falsamente libera, a destra.

A sinistra la Principessa di un piccolo Stato come la Danimarca, a sinistra la piccola ministra di un minuscolo Stato come l’Italia.