Censimento Rom: unico modo per indirizzare servizi e interventi sociali ed educativi

“La Regione Emilia-Romagna, come tante altre, da circa 30 anni si è dotata di una normativa ad hoc per i cosiddetti nomadi (rom e sinti). In Emilia-Romagna, queste norme prima  tutelavano uno stile di vita, quello nomade ma ci si è resi conto che solo una minima parte di sinti e rom lo è effettivamente. Non a caso nel 2015, la legge ha smesso di tutelare i nomadi (di qualsiasi etnia) e si è concentrata unicamente su sinti e rom con lo scopo (almeno sulla carta) di promuovere l’inclusione sociale di queste comunità etniche. Purtroppo la normativa in questione, come molte affirmative action (discriminazioni positive) ha avuto l’effetto opposto, rallentando il processo di inclusione e integrazione sociali in corso. I detrattori della Lega e del Ministro Salvini in questi giorni si stracciano le vesti e richiamano alla memoria i rastrellamenti fascisti ma nessuno ha mai detto di voler schedare i rom, i sinti, ecc. Se il censimento fosse davvero una schedatura, come affermano alcuni esponenti della sinistra, allora ogni dieci anni siamo tutti schedati. Al di la delle strumentalizzazioni politiche, se un determinato gruppo etnico necessita, per le sue peculiarità, di interventi specifici, un censimento è l’unico modo per programmare e veicolare questi interventi, qualsiasi essi siano, evitando che a beneficiarne siano soggetti estranei. Se leggi cucite addosso a gruppi etnici sono davvero incostituzionali, la sinistra, anziché gridare allo scandalo, faccia mea culpa e abroghi la normativa regionale.”

Terrorismo, Bosco (Lega Nord) “Da Comune di Bologna approccio bipolare.”

 

Non è la prima volta che emerge come attentatori islamisti siano transitati per la nostra città ma se è vero che l’Italia se la passa meglio di altri paesi è altrettanto vero che siamo tutt’altro che immuni dalla deriva islamista.

In fenomeno islamista è globale e certe contromisure necessitano di una regia nazionale e internazionale ma anche gli enti locali possono giocare un ruolo decisivo nella prevenzione. Al Comune di Bologna non manca certo l’attenzione al tema, lo testimoniano le barriere anticamion periodicamente posate agli ingressi dei Tdays e lo testimonia la recente adesione al LIAISE 2, il progetto Europeo per il contrasto al radicalismo violento. Al Comune di Bologna manca però lungimiranza e visione di insieme, lo si deduce dall’ostinazione nel voler ignorare la presenza di luoghi di culto mascherati da associazioni e dalla manifesta intenzione di concedere spazi comunali alle comunità islamiche.

Anche chi si radicalizza unicamente attraverso il web, ha frequentato più o meno regolarmente luoghi di aggregazione islamica (moschee e sale di preghiera e carceri). Queste strutture, in Italia, come nel resto d’Europa, anche quando non sono corresponsabili della radicalizzazione, si sono dimostrate pressoché incapaci di disinnescare i processi che la generano.

Il miglior antidoto alla radicalizzazione è senza dubbio l’integrazione ma questa avviene principalmente mettendo i fedeli islamici nella condizione di dover interagire con il resto della comunità locale e di farsi contaminare dai suoi valori. Se invece le istituzioni locali, come fa il Comune di Bologna, perseverano nel tollerare e sponsorizzare l’aggregazione dei fedeli islamici, le probabilità che da questi assembramenti nascano terroristi non possono che aumentare.

La miopia dell’Amministrazione bolognese è figlia delle logiche elettorali del PD che vede nelle comunità islamiche un bacino elettorale allettante ed è proprio perché interessato unicamente ai numeri che a Milano il Partito Democratico ha spinto la candidata in consiglio comunale più tradizionalista e ortodossa, Sumaya Abdel Qader anziché un’esponente islamica laica e riformista come Ismail Maryan.

Islam, dichiarazioni vescovo Negri, Bosco (Lega Nord): “contributo musulmani non violenti a lotta al terrorismo è pari a zero”.

“Scagionare l’Islam dalla violenza generata dal jihadismo appellandosi al fatto che la maggior parte delle vittime siano musulmani è quanto di più falso e semplicistico si possa partorire. Idem per l’affermazione sul fatto che solo una piccola minoranza ha comportamenti violenti. Fin tanto che i musulmani che sinceramente si dissociano dai terroristi e dalla violenza non saranno disposti ad ammettere i problemi insiti nell’ideologia religiosa che li accomuna con essi, cioè quella che emerge dal Corano e dalla biografia di Maometto, il loro contributo nella lotta al terrorismo sarà nullo, se non addirittura controproducente. Avanzare critiche all’islam e al suo Profeta è il modo più efficace per innescare una reazione violenta. Piaccia o no, questa è la realtà dei fatti.”
Questa la replica di Umberto Bosco, consigliere comunale della Lega Nord, alle dichiarazioni della CIB.”

Costituente islamica a Bologna, Bosco (LN): nata per unire, è l’ennesima spaccatura nell’Islam italiano

Oggi, presso il Centro Zonarelli, ho partecipato alla seconda riunione territoriale della Costituente islamica. Nata da una spaccatura all’interno dell’UCOII e a cui hanno aderito in qualità di promotori Hamza Roberto Piccardo (fondatore della stessa UCOII) e il figlio Davide. La prima cosa che è saltata agli occhi è l’importante assenza tanto delle istituzioni comunali (nessun assessore e consigliere si è presentato) quanto di esponenti della Comunità Islamica Bolognese (CIB). Assenza, quella del CIB di cui ho chiesto chiarimenti a Piccardo, il quale ha replicato che 2 delle associazioni facenti parte del CIB erano presenti in sala.
È però lecito pensare che la loro presenza in sala non rappresentasse una vicinanza o comunanza d’intenti tra neoformata Costituente e il coordinamento presieduto da Yassine Lafram, semmai rappresenta proprio una spaccatura all’interno di quest’ultima. Insomma, il conflitto tra le varie realtà islamiche italiane, tutte rigorosamente autoreferenziali, da oggi può contare su un attore in più. La rivalità tra Costituente islamica, l’UCOII e le realtà locali ad esso affiliate (ufficialmente o meno) inoltre spiegherebbe anche le insolite assenze istituzionali di esponenti del PD, che difficilmente disertano simili iniziative.
A Piccardo riconosco onestà intellettuale, dopo la delusione dell’UCOII, ha fondato un’altra organizzazione con scopi chiari e precisi: instaurare una democrazia rappresentativa all’interno della Costituente, diventare l’Ente rappresentativo dell’Islam italiano nella sua interezza siglando l’intesa con lo Stato Italiano, beneficiandone in termini di edificazione di luoghi di culto e 8 per mille. L’idea di dare rappresentanza democratica all’interno dell’Islam italiano però è destinata a fallire perché la storia ci insegna che il matrimonio tra Islam e Democrazia non dura per molto. Prima o poi la Democrazia farà qualcosa che l’Islam non gradisce e questi la rinnegherà, un po’ come avviene per i matrimoni celebrati con rito islamico dove il marito può rinnegare una moglie disobbediente.
Prima di presenziare all’incontro temevo che la nuova formazione potesse riuscire dove le altre hanno fallito, ma ora che alcune dinamiche interne mi sono chiare e a giudicare dalla scarsa risposta dei musulmani bolognesi, mi sbagliavo. Anche se è nata per unire i musulmani, la Costituente finora è riuscita solo ad allargare le spaccature già esistenti creandone al contempo di nuove.

Umberto Bosco
Consigliere Comune di Bologna

Velo libera scelta?

Velo libera scelta?

Il mio intervento in aula sul velo islamico

Pubblicato da Umberto Bosco su Martedì 4 aprile 2017

La notizia è circolata con una certa insistenza nelle varie testate giornalistiche ed è stata ampiamente commentata da esperti ed esponenti politici di caratura locale e nazionale. I contorni e la veridicità del racconto sono ancora oggetto delle necessarie verifiche quindi eviterò di addentrarmi e di commentare la vicenda nello specifico.

Però episodi come questo, una volta depositato il polverone mediatico, necessitano un’attenta riflessione nonostante la tematica sia tra le più polarizzanti.

Dobbiamo prendere atto della realtà e ragionare insieme su quali soluzioni adottare per la nostra società.

Dobbiamo prendere atto che ci sono persone che scelgono di vivere qui nonostante provino un forte disprezzo per i valori di questa società.

Dobbiamo prendere atto che la presenza di queste persone non è equamente ripartita tra i vari gruppi etnici, ci sono culture di provenienza più simili o più conciliabili rispetto ad altre.

Dobbiamo prendere atto che alcune persone hanno il terrore di veder crescere i loro figli in seno ai valori di questa società, terrore che sovente si traduce in violenza e talvolta sfocia in omicidio.

Dobbiamo prendere atto di quanto sia limitato l’attuale margine d’azione delle istituzioni, provate a immaginare a quante ragazze, cresciute qua, ai primi segni di occidentalizzazione siano state spedite in bangladesh o in pakistan per essere riportate sui rispettivi binari culturali e magari costrette a un matrimonio combinato.

Dobbiamo prendere atto che per ogni Fatima che si ribella e finisce sul giornale ci sono migliaia di ragazze che si piegano alle imposizioni familiari e culturali.

Dobbiamo prendere atto che la violenza non è solo fisica, certe culture sono talmente intolleranti, talmente tradizionaliste, talmente chiuse che chi osa lasciarsi inquinare dalla cultura locale rischia seriamente di essere stigmatizzato ed emarginato dalla stessa famiglia e dalla stessa comunità nella quale è cresciuta.

Dobbiamo prendere atto che in questi casi le istituzioni sono pressoché impotenti.

Dobbiamo prendere atto che questi fattori rappresentano un forte deterrente all’integrazione.

e Dobbiamo prendere atto che la mancata integrazione, che avvenga per scelta deliberata o costrizione, rappresenta un fallimento per questa società perché chi non si integra è condannato a vivere in un’altra società; una società parallela che più passa il tempo più diventa chiusa, più diventa intollerante.

Dobbiamo ammettere, e rompo il ghiaccio facendolo per primo, che l’imperialismo culturale e l’etnocentrismo ci impediscono di capire e di governare la società di domani ma dobbiamo anche ammettere, e qua l’appello attraversa la sala, che anche il relativismo culturale è un ostacolo.

Aspettarsi che diverse culture, portatrici di valori tra loro antitetici, possano condividere pacificamente negli stessi spazi sociali è un’idea, per quanto romantica, irrealizzabile. Talvolta l’incontro tra culture è proficuo, altre volte conflittuale, talvolta produce progresso, altre volte involuzione. Saper distinguere, prevedere e governare questi diversi scenari è una delle sfide cruciali per il futuro.

Indossare il velo può essere una libera scelta.

Sono stato fidanzato per anni con una ragazza che il velo lo ha messo per scelta, nonostante i genitori, musulmani, glielo sconsigliassero.

Ma il fatto che una scelta possa essere libera, non significa che generalmente lo sia.

E’ davvero libera una scelta se il rifiuto della stessa conduce alla stigmatizzazione? All’emarginazione sociale?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo in un contesto dove l’ortodossia viene esaltata e l’anticonformismo demonizzato?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se i casi di imposizione spuntano regolarmente?

E’ davvero libera la scelta di indossare il velo se fin da piccole si viene abituate a indossarlo?

Se imam e genitori ti dicono per essere una vera musulmana, lo devi indossare?

I racconti di molte, troppe ragazze, che da queste imposizioni, religiose o culturali che siano, si affrancano suggerirebbero di no.

Per questo mi piange il cuore quando sento paragonare il divieto di indossare il velo, all’obbligo di indossarlo.

Primo perché in molti stati a maggioranza islamica, il velo, quello integrale, è vietato.

Secondo perché i più fortunati e riusciti tentativi di modernizzazione e secolarizzazione avvenuti in contesti a maggioranza islamica sono passati anche dal divieto di indossare qualsiasi tipo di velo.

La cultura e il progresso, talvolta, vanno imposti. Altrimenti tanto vale mettere in discussione anche la scuola dell’obbligo.

Per queste ragioni presento un’odg. Non chiedo la trattazione immediata. Si tratta di un testo già molto conciliante, aperto ad eventuali modifiche. Che condividiate o meno queste mie riflessioni vi invito a leggerlo con attenzione perché è il genuino tentativo di avviare un confronto costruttivo su un tema molto molto spinoso.

Grazie

Velo islamico, Bosco (LN): “chi ancora parla di libera scelta, il velo lo ha sugli occhi”

Anche se particolarmente timida e più restia di altre a sgomitare o alzare la voce per rivendicare spazi e diritti, quella bengalese resta una comunità molto chiusa, tradizionalista e intollerante. Chi frequenta esponenti di altre comunità o, peggio, adotta stili di vita occidentali viene stigmatizzato ed emarginato. Un atteggiamento culturale che da sempre caratterizza alcune comunità ma di cui ci accorgiamo solo al verificarsi di episodi eclatanti, spesso di cronaca nera. Mi auguro che questo episodio faccia risvegliare le coscienze di chi si ostina che a sognare di poter integrare chi disprezza i valori fondamentali della nostra società.
Che i sedicenti rappresentanti delle comunità islamiche si arrampichino sugli specchi per spacciare quella sul velo come una libera scelta è, tutto sommato, comprensibile e coerente con l’agenda politica di chi vuole sdoganare la cultura islamica come compatibile con i valori occidentali. Che una lunga schiera di politici e intellettuali prenda questa lettura come plausibile è però meno comprensibile e ben più preoccupante. Il velo nasce come strumento di “modestia sessuale”, una funzione che è rimasta pressoché invariata nei secoli a fronte dell’immutata criminalizzazione della fornicazione e della diffusa idea che le femmine necessitino sempre di un guardiano (padre, fratello o marito). Indossare il velo, è vero, può essere oggetto di una libera scelta ma molto di rado lo è davvero. Il condizionamento che molti giovani subiscono da parte della famiglia e della comunità etnica di riferimento è un elemento troppo spesso sottovalutato e ancora più spesso tollerato dalle istituzioni, più attente a restare dentro i canoni relativisti del politicamente corretto rispetto ad affrontare e risolvere un problema dilagante. Per ogni ragazza come Fatima, che si ribella alle imposizioni familiari, ce ne sono migliaia che cedono alle pressioni, che si adeguano. Sul piatto non ci sono solo le violenze fisiche che, con i dovuti limiti, le istituzioni sono in grado di affrontare, punendo i responsabili e allontanando le vittime. Un importante deterrente è rappresentato anche dalla minaccia di emarginazione sociale. Chi sceglie stili di vita difformi dal “gregge” viene allontanata perdendo amici e parenti, così molte ragazze “scelgono” di chinare e di coprire il capo. Presto o tardi se ne faranno una ragione fino al convincersi che sia meglio così, magari spingendosi ad accettare un matrimonio combinato, condannando a sua volta le sue figlie a vivere il medesimo copione.
Per queste ragioni mi auguro che i servizi sociali consentano a Fatima di rifarsi una vita lontano da una famiglia e da un comunità capaci solo di soffocare la sua personalità comprimendo la sua libertà.

Umberto Bosco
Consigliere Lega Nord
Comune di Bologna

In Svizzera niente cittadinanza a chi non si adegua alle convenzioni sociali

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Sta facendo molto discutere la sospensione dell’iter che avrebbe portato alla naturalizzazione svizzera di due ragazzi musulmani, figli di un rifugiato politico siriano di vecchia data. Stando a quanto riportato dal Corriere.it, i due giovani si sarebbero rifiutati (per ortodossia religiosa) di stringere la mano alle loro insegnanti a fine lezione, storica consuetudine nella federazione elvetica. Il comportamento avrebbe sollevato alcuni dubbi sulla loro effettiva integrazione, condizione imprescindibile ai fini dell’ottenimento della cittadinanza elvetica.

— Il problema

Il caso è stato senza dubbio ingigantito dai media ma è emblematico di un problema molto diffuso in tutta Europa: immigrati che chiedono o addirittura pretendono, dalla nazione che li ospita, il riconoscimento di diritti e di cittadinanza nonostante non abbiano alcuna intenzione di integrarsi e, talvolta, in presenza di manifesto disprezzo, ostilità e riluttanza per la cultura del paese nel quale hanno scelto di vivere o sono nati.

Sbaglia chi pensa che le migrazioni avvengano principalmente per ragioni politiche, la maggioranza degli esodi (anche quelli che fanno fulcro sul diritto d’asilo) avviene per ragioni prettamente economiche e assistenziali. Se la nazione in questione, in un delirio relativista e xenofilo che sembra affliggere molti non predispone gli strumenti necessari ad integrare queste persone, tempo una generazione, la frittata multiculturale è fatta. Il multiculturalismo (modello britannico) consente ai nuovi arrivati di conservare tradizioni e usanze spesso retrograde potendo, al tempo stesso, accedere a istruzione, welfare, servizi evoluti e molti diritti che in patria gli sarebbero preclusi. Il problema è che invece di cittadini, in questo modo si formano anticittadini: individui e gruppi privi di un’identità nazionale ma dotati di una forte identità etnica e/o religiosa in contrasto tanto con l’identità locale quanto con le altre identità di importazione.

— Possibili soluzioni

Il divieto francese a indossare in pubblico il velo integrale ha fatto scuola e giurisprudenza. In vigore dal 2011, è stato oggetto di un ricorso alla Corte Europea per i diritti umani che però lo ha rigettato, considerando legittima l’intromissione da parte dello Stato, nella vita privata e nella religione dei cittadini per “proteggere le condizioni della vita associata”. In sostanza le nazioni possono definire le regole basilari per una proficua e pacifica convivenza e interazione tra i cittadini.

— Errori comuni

Le altre nazioni europee dovrebbero prendere al balzo questa possibilità e approvare leggi che subordinino ingressi e cittadinanza all’effettiva accettazione (e non solo formale) di valori “non negoziabili”. Quelli, grosso modo, contenuti nelle Costituzioni. La tendenza sembra invece quella inversa: cioè adeguare la legislazione alle sensibilità e pretese dei nuovi arrivati.

— Conclusioni

Spesso sento dire che le diversità sono un valore e vanno rispettate. Beh, dipende! Uno dei modi migliori di rispettare le differenze consiste, però, nel saperle riconoscere e nel sapere prevedere o almeno capire quando queste possono generare incompatibilità e generare conflitti.

Se i principi insiti in alcune culture, ideologie, filosofie e religioni sono inconciliabili con quelli consolidati in Europa, lasciare entrare i portatori di queste idee e permettere loro di diffonderle liberamente rappresenta un suicidio culturale i cui epiloghi saranno drammatici.

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Umberto Bosco

Militante Lega Nord Bologna